Fritto Misto

Il coraggio di avere dei dubbi

Written by Nicola De Vita

“La grande bellezza” (2013) è uno dei miei film preferiti. Non solo perché è ambientato a Roma e Jep Gambardella, il protagonista, è un dissacratore di un sempre più nauseante moralismo, ma anche perché gran parte della pellicola affronta tematiche modernissime e spesso sottovalutate come ad esempio il passare del tempo e il rapporto tra bellezza e decadenza.

In una scena memorabile, Jep Gambardella si ritrova sul terrazzo di casa sua in compagnia di alcune persone, tra cui Stefania: una signora apparentemente sicura di sé ma che nasconde dietro le certezze che vanta un’insicurezza e una fragilità comprensibile.

Tra i due ha inizio un confronto al quale Jep sembra non voler dare troppo peso ma in seguito ad un’esplicita richiesta di chiarimenti da parte dell’amica, Jep accetta di smontare le certezze della sua ospite e inizia il suo monologo recitando una battuta a cui sono molto affezionato: “Quante certezze, Stefa’, non so se invidiarti o provare una forma di ribrezzo”.

Negli ultimi giorni ho spesso citato (spero non a sproposito) questa frase perché purtroppo ho assistito da più parti ad una serie di opinioni così perentorie da non lasciare spazio al confronto.

In modo particolare, mi riferisco alla possibilità che il governo italiano imiti Emmanuel Macron e decida di rendere obbligatorio il possesso del c.d. “Green pass” per accedere ai luoghi aperti al pubblico.

La questione, nonostante possa in effetti apparire di facile soluzione purtroppo è decisamente più complicata di quanto sembri e ancora una volta ci impone di fare una cosa che non siamo più abituati a fare: filosofia.

Perché è così difficile oggettivamente prendere una posizione sulla possibilità di limitare la libertà di scelta a chi non è vaccinato?

La questione credo debba essere analizzata partendo dall’articolo 32 della Costituzione:

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Innanzitutto, il comma 1 dell’art. 32 smentisce in modo definitivo (e credo senza appello) tutti coloro che hanno affermato che chi non accetta di essere vaccinato e necessita di cure debba essere costretto a pagarsele di tasca sua.

Per quanto difficile possa essere da accettare dobbiamo però tenere conto del fatto che se riconoscessimo infatti la possibilità di rifiutare le cure ad un cittadino per una determinata motivazione non solo tradiremmo i presupposti sui quali si fonda una comunità ma daremmo inizio ad un precedente pericoloso per il quale un domani anche un diabetico, ad esempio, potrebbe non essere assistito perché ha mangiato troppi gelati.

Il secondo comma dell’articolo 32 precisa invece che nessun cittadino può essere obbligato ad un trattamento sanitario se non per disposizione di legge e che la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Cosa significa? Significa che i trattamenti sanitari non possono essere obbligatori se non è previsto dalla legge e attualmente non esiste nessuna legge che comporti l’obbligo di vaccinarsi contro il Covid-19.

In Italia, l’obbligo vaccinale è un tema di cui si è discusso molto prima del 2020 e già dopo il decreto Lorenzin è emersa la necessità di rispettare un bilanciamento tra quei diritti riconducibili alla sfera dell’individuo e quei diritti propri invece della collettività.

Perché allora sarebbe importante non affrettarsi ad ergersi a giudici della morale pubblica? Perché non possiamo liquidare né i diritti del singolo né quelli del singolo all’interno di una comunità come se stessimo giocando con i Lego.

Infatti, già nel 2009 la Corte costituzionale ha censurato il legislatore quando si è voluto sostituire alla scienza medica, ponendo “l’accento sui limiti che alla discrezionalità legislativa pongono le acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione e sulle quali si fonda l’arte medica” (sentenza n.151 del 2009).

E quindi ragionevole credere che il legislatore, per non abusare del suo potere e non incorrere quindi in una censura d’irragionevolezza debba affidarsi alle evidenze scientifiche come certificate dagli appositi organismi consultivi del Ministero della Sanità, a tal fine preposti come il Consiglio superiore di sanità e l’Istituto superiore di sanità?

Se è vero che i trattamenti sanitari obbligatori si giustificano fintantoché diretti “non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri” (C. cost. 307/1990, 2; 118/1996, 107/2013), cosa dobbiamo dire delle 76 mila reazioni sospette rilevate dall’Aifa?

In meno di due mesi la comunità scientifica si è divisa su numerose tematiche, in particolare si è divisa sulla reale necessità di somministrare determinati vaccini a chi ha meno di trent’anni.

Inoltre, in data 9/07, l’Ema ha addirittura aggiornato il bugiardino (dopo cinque mesi dall’inizio della somministrazione di massa) dichiarando tra i possibili rischi collaterali Pericarditi e Miocarditi.

Se fosse provato quindi che la somministrazione massiccia di vaccini possa recare danni alla salute, il legislatore non potrebbe imporne l’obbligo giacché in tal caso preserverebbe solo la salute collettiva a scapito di quella del singolo.

Vero, possiamo accettare anche il fatto che le reazioni avverse siano minoritarie ma non possiamo ignorarle.

Si pensi ad esempio anche ai casi di tromboembolia segnalati dopo i vaccini anti Covid-19: credo sia legittimo non solo pretendere trasparenza sull’argomento ma anche pretendere che le istituzioni consiglino ai cittadini di fare determinati accertamenti prima di ricevere un vaccino affinché non ci siano dubbi sull’effettivo rapporto rischi-benefici.

Come abbiamo visto, è estremamente delicato imporre un obbligo vaccinale perché non è detto che lo stesso vaccino possa essere un beneficio per tutti.

Da questa osservazione consegue una nuova domanda: se non è possibile somministrare il vaccino a tutti, e quindi non è possibile imporre l’obbligo vaccinale, è possibile porre in essere di fatto delle discriminazioni?

Se solo chi sarà vaccinato potrà accedere ad un ristorante o salire in treno non è una forma di discriminazione? Certo, nessuno ci impone di andare al ristorante o prendere il treno, possiamo scegliere tra un pasto al ristorante e un pasto a casa e un viaggio in automobile e un viaggio in treno ma il punto non è proprio questo? Possiamo scegliere…

Si dice che anche per guidare un’automobile serva la patente ma si dimentica che non è obbligatorio guidare e che lo Stato per tutelare chi appunto sceglie legittimamente di non guidare mette a disposizione dei cittadini i mezzi pubblici.

In questo esempio non vive probabilmente quello spirito di bilanciamento di cui tanto spesso si ignora il significato?

Nel pretendere che solo un vaccinato possa prendere un treno non si costringe, di fatto, chi non può o non vuole vaccinarsi a munirsi di un’automobile in barba al mito della transizione ecologica?

E chi invece un’automobile non può permettersela e non può vaccinarsi cosa farà?

Si farà comunque il vaccino? E se rischia una Pericardite? E se semplicemente non vuole perché ha diritto di non volerlo come abbiamo visto? Perché non può comunque prendere un treno indossando la mascherina?

Le domande sono numerose perché numerose sono le questioni da valutare.

Non a caso, la nostra Costituzione all’articolo 3 ci ricorda inoltre che:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

L’incontro, quindi, tra uguaglianza formale (comma 1) e uguaglianza sostanziale (comma 2) trova nell’art. 3 una sintesi ottimale.

Se da un lato, il principio di uguaglianza formale si traduce in un divieto per il legislatore ordinario di adottare trattamenti irragionevolmente differenziati tra i cittadini, il principio di uguaglianza sostanziale esprime un impegno che dovrebbero (e ribadisco dovrebbero) rispettare le istituzioni affinché si rimuovano “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Già, le istituzioni. Le stesse che nella giornata di lunedì 12/07 hanno consentito il trionfo apparentemente non autorizzato della nazionale di calcio per le strade di Roma?

Le stesse che hanno chiuso un occhio quel giorno, nonostante tutto, e non hanno risposto all’evidente contraddizione sollevata dal prefetto (il prefetto!) quando ha affermato di non aver autorizzato quell’evento?

Per l’ennesima volta ci tengo a sottolineare la mia ferma convinzione che i vaccini siano stati una straordinaria invenzione dell’umanità ma proprio perché nei confronti degli stessi assumo un atteggiamento razionale vorrei che ad un approccio spesso fideistico prevalesse un approccio logico ed empirico.

Francamente non penso che sia socialmente accettabile che in molti accettino di ricevere un vaccino perché altrimenti non potranno fare altre cose… Credo, infatti, che non ci sia niente di responsabile in un’accettazione passiva che indirettamente sottende il riconoscimento di un ricatto.

Allo stesso modo, non credo sia opportuno usare “il pugno di ferro” e costringere di fatto le persone a fare qualcosa con la tecnica del disincentivo, credo piuttosto che uno Stato moderno e rispettoso dei valori fondamentali dell’individuo debba investire in educazione e in una campagna di comunicazione non fondata sulla paura e sull’emotività in caso di emergenze.

Credo infine, ripartendo proprio dal tema della comunicazione, che un linguaggio divisivo e semplicistico spesso diffuso dai media non possa fare altro che alimentare il risentimento tra le persone e minare di conseguenza alle fondamenta quel senso di collettività che tanto si pretende di tutelare.

Il problema però è che una riflessione critica e ampia (come spero di aver fatto oggi) richiede un tempo che il grigio diluvio contemporaneo non ci consente.

Ludwig Wittgenstein sosteneva che uno dei compiti della filosofia è proprio quello di sviluppare, per ogni aspetto della vita e della conoscenza, la capacità di fare le domande giuste, evitando di girare a vuoto intorno a falsi-problemi o a questioni mal poste.

Certo, questa affermazione non può che aprire delle nuove domande (inevitabilmente) ma è un bene che sia così: cos’è il mondo senza domande? Cos’è la democrazia se vive solo di certezze? Probabilmente non è più confronto.

Socrate, un uomo vissuto ad Atene nel quinto secolo a.C. ha posto le basi del pensiero occidentale attraverso il cosiddetto dialogo socratico, una tecnica utilizzata all’interno della terapia cognitivo comportamentale, che consente di mettere in discussione le false credenze del paziente, i propri errori di pensiero, attraverso un approccio dialogico tra paziente e terapeuta.

Con il dialogo, Socrate non ha mai imposto niente a nessuno ma ha cercato di smascherare quelle “certezze” così ovvie che di fatto non lo erano. E’ grazie a lui se Jep Gambardella ha potuto ispirarmi ma è soprattutto grazie a lui che il metodo scientifico ha trovato ragion d’essere in Europa.

Quanto è importante, in conclusione dire a volte “non lo so”? Sapere di non sapere non è una scorciatoia, è vita ed è anche partecipazione effettiva.

Non uccidiamo quindi Socrate una seconda volta con la cicuta, temo che non potremmo più ritornare indietro dal baratro in cui l’Occidente sta sprofondando.

P.S. Quando si discute dell’obbligatorietà di un vaccino anti Covid-19 e si discute di conseguenza dei costi a carico della collettività bisognerebbe anche tener presente della concreta possibilità di investire maggiormente sulla medicina del territorio: se è vero che prevenzione e pronto intervento possono fornire un contributo determinante nella lotta al Covid-19 perché non discuterne seriamente e senza pregiudizi?

About the author

Nicola De Vita

Classe 1994.
Amministratore unico, socio & responsabile commerciale presso Quolit SRL.
La passione per l’innovazione e il mondo delle imprese mi spinge ogni giorno a lavorare per diversificare il mio profilo, ampliando, quindi, quanto possibile il panorama delle mie conoscenze e competenze.
Cercatore insaziabile di novità, avido lettore, appassionato di storia, arte, cinema e musica.
Credo fortemente nella capacità del singolo di migliorarsi attraverso il lavoro e l'impegno.

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