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Storia di un viaggio di fine estate: alle radici della libertà.

Written by Nicola De Vita

Appena tre settimane dopo l’inizio del primo Lockdown, fondai insieme ad alcuni amici “Pensiero divergente”: un comitato indipendente di liberi pensatori creato con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico ad un approccio razionale della realtà.

Seguendo le riflessioni di Giorgio Agamben (“A che punto siamo?” Quodlibet, 2020), “Pensiero divergente” ha cercato quindi, fin da subito, non di porsi in una posizione “negazionista” come affermerebbero certi fanatici… bensì in una posizione critica dove fosse naturale assumere un ruolo primario nella valorizzazione di un pensiero oggettivo (o divergente, appunto).

Quando con l’arrivo dei primi caldi fu possibile (fingere) di “tornare alla normalità”, molti si fecero beffe di noi con la convinzione che avremmo esaurito presto la nostra verve; tuttavia,una serie di contraddizioni giuridiche emerse gradualmente insieme ai primi bikini ci spinse di conseguenza ad assumere un atteggiamento inaspettatamente sempre più libertario.

Questo atteggiamento libertario, che a breve spiegherò, raggiunse l’apice in autunno quando con l’introduzione del c.d. “Coprifuoco” da parte del Governo, “Pensiero divergente” ha iniziato a basare le sue critiche intorno al seguente pilastro: “Che senso ha porre in essere una serie di limitazioni della libertà individuale se il cittadino può autonomamente e coscienziosamente assumere un atteggiamento responsabile in un momento di relativa difficoltà?”

La risposta più ovvia, che purtroppo, siamo stati spesso costretti ad accettare per prevenire gli assalti di chi non ha (quasi) mai voluto divergere neanche un po’ è stata:

“In una comunità non è possibile aspettarsi da tutti un atteggiamento responsabile.”

Ma perché? Perché il Governo di fronte all’incoscienza dei cittadini non coglie quindi una sfida educativa ma vede bensì solo un ostacolo che ritiene necessario risolvere esclusivamente attraverso un esercizio sempre più sofisticato del potere?

Quando abitavo a Roma, condivisi a partire dal mio secondo anno di università l’appartamento con due ragazzi molto brillanti ed estremamente responsabili. Una sera, nel corso di una cena con un nostro comune amico, emerse una singolare vicenda che mi diede molto da pensare: mentre a casa nostra non era stato necessario introdurre una regola per stabilire chi dovesse buttare la spazzatura, nella casa del nostro ospite si era reso necessario introdurre addirittura un calendario che stabilisse chi e quando dovesse appunto liberarsi dei rifiuti.

La cosa che tuttavia suscitò la mia ilarità non fu però la scelta appena descritta, ma il fatto che i coinquilini del nostro amico, di fronte al calendario, avessero iniziato a buttare i rifiuti anche quando non si rendeva necessario farlo!

In altre parole: il calendario concordato aveva di fatto portato i coinquilini del nostro amico a consumare più sacchetti del necessario.

L’aneddoto surreale appena ricordato, nel suo piccolo ci aiuta a capire quanto sia importante il principio di autoregolazione in una comunità: se i membri della stessa sanno come agire per tutelare il benessere collettivo non occorre qualcuno che stabilisca una regola che spesso sarà non solo mal sopportata, ma anche interpretata in modo scorretto.

Naturalmente, una casa dove vivono degli studenti universitari non è uno Stato ma perché in quelle piccole comunità che compongono lo Stato si stabiliscono in ogni caso, (spesso), regole bizantine e non si investe piuttosto in educazione e dialogo?

Si pensi, giusto per cominciare alle scuole: perché sovente nelle scuole si adottano misure coercitive ai danni degli studenti più intraprendenti e non si adottano, al contrario, misure educative finalizzate ad accrescere la responsabilità dell’individuo in un contesto più ampio?

A questo punto, sarebbe opportuno introdurre cosa scrissero sulle origini dello Stato Thomas Hobbes (1588-1679) e Jean-Jacques Rosseau (1712-1778) ma sull’argomento tornerò in seguito…

Ora, preferirei continuare invece a ricordare come “Pensiero divergente” ha accolto la fine del governo Conte.

Naturalmente, il comitato ha accolto positivamente il crepuscolo dell’Esecutivo più bizzarro della storia repubblicana e ha sperato che il nuovo governo presieduto da Mario Draghi potesse non solo porre fine ad una deriva propagandistica melensa ma che potesse anche agire in maniera coerente con quei princìpi razionali che abbiamo sempre creduto dovessero ispirare ogni azione politica.

Ciononostante, abbiamo dovuto ricrederci abbastanza presto: dopo la vittoria degli europei di calcio, infatti, le Istituzioni hanno accolto il 12 luglio la nazionale di calcio e consentito una manifestazione per le vie del centro di Roma che solo il giorno successivo si sarebbe rivelata essere non autorizzata.

Se avete dimenticato questo fatto è opportuno ricordarlo attentamente perché credo sia stato uno spartiacque decisivo.

Le cose sono andate più o meno così: la nazionale di calcio vince l’Europeo, torna a Roma e viene accolta da tutte le Istituzioni in pompa magna come dei novelli conquistatori; subito dopo, nel tardo pomeriggio, tollerano un trionfo senza precedenti (e senza distanziamenti).

Il giorno seguente, il prefetto della Capitale (cioè il responsabile della sicurezza del comune di Roma) dichiara quanto segue su “Il Tempo”: Avevamo negato il permesso a festeggiare la vittoria dell’Italia agli Europei sull’autobus scoperto, ma i patti non sono stati rispettati”.

Naturalmente, né lui, né il ministro degli Interni si sono dimessi e come succede sovente in Italia è iniziato uno “scaricabarile” degno dei migliori porti commerciali.

Credete che l’Esecutivo abbia chiesto un’inchiesta? No. Anzi, poco dopo due settimane ha annunciato che avrebbe introdotto il “Green pass” per consumare nei ristoranti.

Dopo il 6 agosto ogni cosa è quindi cambiata e piano piano il dibattito pubblico è diventato sempre più fazioso e ideologico: tutti coloro che hanno tentato di esprimere dei dubbi su quella misura (infame) che è il “Green pass” sono stati tacciati di essere “no vax” o addirittura complottisti (tra loro ricordiamo uno dei massimi esponenti del pensiero contemporaneo, Massimo Cacciari e il noto divulgatore storico Alessandro Barbero).

In un clima quindi di “caccia alle streghe” fomentato dall’isteria e dallo scientismo, si è infine arrivati a imporre il “Green pass” come misura necessaria per lavorare: insomma, si è accettato come se fosse naturale (e doveroso) un ricatto in piena regola.

Alle nostre critiche non abbiamo mai ricevuto risposte sensate se non, personalmente, riposte vaghe come “discutere di diritti, in questo momento, significa fare chiacchiere”, (really!); nonostante tutto, non abbiamo comunque ceduto un solo centimetro del nostro spirito al fascino del potere e non abbiamo mai accettato di conseguenza una soluzione ipocrita; (si, ipocrita: perché se uno Stato non si assume la responsabilità di imporre un trattamento sanitario obbligatorio che, come abbiamo già visto, non potrebbe comunque imporre in questo momento e preferisce piuttosto adottare una misura illiberale, inutile e profondamente divisiva, significa che è tutto meno che trasparente).

Ma fare resistenza stanca, si sa, e purtroppo ci siamo anche lasciati andare alla malinconia: a quella dolce corrente che trascina tutti i romantici quando il potere impone a chi ama la libertà di piegare il capo…

Un giorno di fine settembre, però, dopo aver finito la lettura di “Introduzione al pensiero liberale” (Giuseppe Bedeschi, Edizioni Rubettino) e dopo aver finito di maledire la cecità di ogni forma di scientismo, mi è capitato tra le mani un riassunto dell’unico libro che avrei potuto leggere dopo aver letto “Introduzione al pensiero liberale”: “Il pensiero anarchico” (Filippo Pani e Salvo Vaccaro, Demetra).

Quando la mia compagna ha scoperto in cosa mi fossi imbattuto ha dichiarato scherzando “Che ormai ero davvero uscito dal cerchio” e inizialmente io stesso ho creduto che non avrei trovato nulla di nuovo tra le pagine del libro che avevo appena scoperto, ma poco dopo la fine del primo capitolo del libro in questione, non ho potuto fare a meno di scoprire una cosa devastante: quei presupposti libertari, (appunto), che avevano ispirato la lotta divergente per difendere il diritto di autodeterminazione dell’individuo ai tempi del “coprifuoco” erano pensieri anarchici.

Fuori dal “cerchio” esisteva di conseguenza vita!

E che vita!

E’ così che è iniziato il mio ultimo viaggio estivo, tra amarezza e incertezza, tra brevi diluvi al limite di un sogno tropicale e picchi di umidità forieri di nugoli di zanzare…

Questo viaggio, non ancora terminato, si concluderà (forse) con voi e affronterà tutte quelle visioni che abbiamo sempre cercato di evitare per paura…

Questo viaggio racconterà dunque una storia, sarà non a caso pericoloso e incompreso e naturalmente ci porterà ai confini dello spazio dove l’essere umano continua a tremare non avendo ancora imparato cosa può significare autodeterminarsi…

P.S. Sono stato candidato come consigliere al consiglio comunale del comune dove risiedo, Imola; ho sempre creduto nelle Istituzioni e nello Stato, nella Costituzione e nel Parlamento, ho sempre cercato di convincere i miei conoscenti ad impegnarsi per il bene comune non solo quando la nazionale vinceva un torneo, ho accettato di far parte di un gruppo, “Pensiero divergente”, dove sono confluiti cattolici, imprenditori, manager, avvocati, aspiranti notai, artisti ma ad oggi, come penso tutti i membri del gruppo appena citato, non riesco più a riconoscermi in un complesso di formalismi e di norme prive di logica, pensate e imposte senza cognizione della globalità del problema: una società priva di sentimenti.

Non posso quindi definirmi un anarchico e non posso guardare a “Pensiero divergente” come ad un gruppo di anarchici, ma è curioso notare come la sintesi della diversità dei membri sia un elemento autentico del pensiero anarchico che non si fonda sull’assenza di regole, come molti ritengono, ma sul mutuo rispetto, nella diversità…

Se cari lettori vi è rimasto quindi, in conclusione, un briciolo di curiosità, è opportuno che accettiate il mio invito per capire cosa effettivamente respiri fuori da quel “cerchio” che ci circonda…

About the author

Nicola De Vita

Classe 1994.
Autore de "L'alba di sangue".
La passione per l’innovazione e il mondo delle imprese mi spinge ogni giorno a lavorare per diversificare il mio profilo, ampliando, quindi, quanto possibile il panorama delle mie conoscenze e competenze.
Cercatore insaziabile di novità, avido lettore, appassionato di storia, arte, cinema e musica.
Credo fortemente nella capacità del singolo di migliorarsi attraverso il lavoro e l'impegno.

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