Buon Primo Maggio!

Buon Primo Maggio in un paese dove, almeno a parole, si incentiva il lavoro e non la sussidiarietà!
Buon Primo Maggio in un paese chiuso in una gabbia sempre più stretta: la gabbia della paura.
Buon Primo Maggio in un paese vittima della carenza di ossigeno, un paese vittima cioè dell’assenza di una legislazione adeguata alle esigenze del mercato.
Buon Primo Maggio in un paese dove si vive di una burocrazia ottusa degna di un romanzo di Franz Kafka e di una fiscalità a sua volta soffocante e sproporzionata.
Buon Primo Maggio in un paese dove il settore creditizio non garantisce credito e quindi fiducia.
Buon Primo Maggio infine in un paese dove ogni possibile iniziativa privata viene fraintesa e ostacolata a causa di una cultura assistenziale ancora troppo forte.
Buon Primo Maggio anche a chi ha creato e continua a creare posti di lavoro, perché senza creazione di posti di lavoro, senza cioè quello straordinario atto creativo che mette al centro l’iniziativa, ogni singolo aspetto di un’economia moderna subisce un inevitabile rallentamento.
E buon Primo Maggio, naturalmente, alla verità: quella verità che chi ancora ha un po’ di sale in zucca pretende sia garantita a tutti, (non solo ai “portatori sani” di partiva IVA)…

Dunque buon Primo Maggio pur sapendo che occorrono in effetti risposte per i dipendenti ma anche per coloro che un lavoro lo aspettano da tempo dal momento che qualcosa, dopotutto, non ha funzionato e continua a non funzionare e buon Primo Maggio, malgrado tutto, anche a chi sa che occorrono risposte capaci di spiegare il calo della domanda, la riduzione degli investimenti, l’assenza di dialogo tra mondo dell’istruzione e mondo del lavoro ma soprattutto a proposito di quella puzza di stagnazione che disturbava l’olfatto di chi cercava risposte appunto ancora prima dell’arrivo del Covid-19…

È certamente vero che i tempi in cui viviamo sono tempi difficili e tristi ma se pensassimo che il Covid-19 non fosse altresì un’opportunità per tornare a riflettere a proposito del nostro rapporto con il lavoro ci riveleremmo inadeguati di fronte a ciò che pretendiamo di sapere quando discutiamo di storia.

Io, per carità, non ho mai preteso che le risposte potessero essere semplici ma di fronte a ciò che è di recente accaduto domandarsi quali garanzie reali possa avere un imprenditore quando non solo il mercato ma anche il contesto generale dimentica quanto sia importante trovare risposte semplici a problemi complessi credo sia necessario.
Il lavoro è un diritto di tutti i cittadini, un diritto costituzionalmente previsto e la chiarezza, esattamente come il lavoro è la fonte di una democrazia forte e sicura.
Non esistono assicurazioni per il futuro, certo, né tantomeno soluzioni scontate ma chi dovrebbe rispondere con appunto trasparenza al mutamento della realtà se non la politica?

In altre parole: perché non possiamo pretendere dalla stessa franchezza e soluzioni concrete utili a combattere una povertà crescente? Perché non possiamo pretendere analisi lucide e risposte relative? Perché solo noi cittadini e lavoratori non abbiamo il diritto di non sbagliare in una società dove l’errore senza apprendimento viene costantemente rifiutato?
Per anni, ci è stato detto che il lavoro del futuro sarebbe stato lontano dagli uffici, che l’evoluzione naturale delle professioni sarebbe stata l’assenza di spazi definiti e orari fissi; per anni, ci è stato insomma detto che ci sarebbe stato un cambiamento coadiuvato dalla tecnologia e che, riscrivendo i limiti della carriera delle nuove generazioni, saremmo stati tutti più liberi ma nessuno ci ha insegnato a guardare dentro noi stessi e ad apprezzare di conseguenza il valore del tempo.

In conclusione, purtroppo, tutte quelle attraenti prerogative che la fretta ci ha venduto si sono rivelate spesso essere un mero eufemismo per camuffare un incubo che si chiama “precariato”, un incubo che, ribadisco, la politica non ha fino a prova contraria saputo affrontare.

I dubbi normativi, i dubbi cioè che la politica doveva non a caso risolvere in prima persona, hanno svilito la professionalità dei lavoratori autonomi che denunciano ogni giorno la mancata applicazione delle norme esistenti e un sistema di welfare insufficiente.

A tal proposito, si pensi ad esempio alla confusione generata dai termini “lavoratore autonomo” e “libero professionista”, (quest’ultima una dicitura con la quale si indica di solito chi svolge in autonomia un lavoro intellettuale che spesso richiede anche l’iscrizione a un Ordine professionale o ad altre associazioni di categoria), si pensi ancora al mondo delle start up, cioè al mondo delle imprese del futuro e al fatto che non possa avere garanzie perché non può offrirne subito e ci si domandi con onestà se da qualche parte possa davvero esistere una visione lineare capace di descrivere il domani da qui a qualche anno.
Il lavoro è indubbiamente una tematica in continua evoluzione, esso subisce cambiamenti tanto repentini quanto poco gestibili, tali che le leggi riescono raramente a stare al suo passo ma la mancanza di sincronia, (culturale e legislativa) che si riversa inevitabilmente sulle spalle dei lavoratori (sia dal punto di vista della salute mentale sia da quello dei diritti) non può certo essere trascurata come di fatto avviene.
Perché la politica ha dunque smesso di proteggere il lavoro? Manca forse quella conoscenza necessaria a comprendere le dinamiche strutturali dell’impegno costante?

Rispondere a tutto quello che in questa sede è stato affrontato non è semplice, lo ripeto, ma necessario affinché la parola “partecipazione” torni, oggi più che mai, ad avere quindi un senso.

Perciò buon Primo Maggio, care amiche e cari amici, in ogni caso perché il “fare” prima o poi in qualche modo troverà un senso (anche se in smart working o se si è costretti a subìre il digital divide)…