Un punto di svolta, in ogni caso
Io che ci sono nato sotto il segno dell’acquario avrei più di un motivo per ricordare che a volte, gli astri, raccontano ben più di quello che vorrebbe farci credere qualche astrologo da strapazzo in televisione e, di conseguenza, avrei altresì più di un motivo per ricordare che l’ultima volta in cui Plutone è entrato in acquario l’Antico regime è finito ma in questa sede, proprio perché è ancora prematuro spiegare quelle che saranno le caratteristiche dell’era dell’acquario, mi limiterò a proporre delle riflessioni ispirate prima di ogni cosa dal confronto con il passato.
È senz’altro vero, quindi, che malgrado le differenze storiche, si possono osservare non poche differenze tra il nostro presente e quello nel quale ebbero inizio la Rivoluzione americana e la Rivoluzione francese e pur ribadendo che ogni momento storico è, per l’appunto, unico, sarebbe temo sciocco dimenticare che ad infiammare gli animi dei futuri cittadini americani e dei sudditi di Francia nella seconda metà del diciottesimo secolo fu l’evidente incapacità della corona d’Inghilterra e della classe dirigente francese di comprendere le istanze dei rispettivi sudditi.
Come sottolineato già in altre occasioni, ignorare quindi anche oggi le evidenti sperequazioni sociali di cui siamo vittime e, naturalmente, le disfunzioni di un presente che dipendono dall’incapacità del sistema di garantire delle possibilità concrete di fare a chiunque abbia le capacità, (indipendentemente dalla sua estrazione sociale), sarebbe un errore.
Non diversamente, liquidare con sufficienza le ragioni del malcontento che in ogni caso hanno infiammato le rivolte nelle principali città europee di questi giorni o, peggio, assecondare ogni manifestazione violenta delle stesse a prescindere sarebbe pericoloso.
Noi che, a differenza di chi combatté al fianco di George Washington o assaltò la Bastiglia possiamo permetterci uno studio della storia (e degli stessi fatti appena ricordati) con un rigore i cui dettagli sono non a caso il frutto di decenni di studio elaborato dopo drammi terribili, dovremmo infatti tenere a mente che sì “la rivoluzione non è un pranzo di gala” per citare Mao Zedong ma che la stessa può altresì cibarsi di ogni buona intenzione se non adeguatamente organizzata.
Come ogni grande novità, la rivoluzione è qualcosa capace di accendere nel cuore degli esseri umani sentimenti bellissimi e nefasti e per questo motivo, proprio perché essa è capace di mettere a nudo l’essere umano in tutta la sua brillante contraddizione, comprendere che essa comporta l’assunzione di particolari responsabilità è fondamentale.
In altre parole, urge teorizzare, costruire e infine proporre una cornice teorica e pratica di natura filosofica ma altresì politica che possa definire, organizzare e consolidare l’evidente disagio emotivo in esame (il quale, certamente, non è destinato ad estinguersi).
Ma chi potrebbe domare la violenza che osserviamo e di conseguenza trasformare la stessa in un’energia dirompente e propositiva? Se a livello storico e sociale spieghiamo la violenza come una reazione, naturale, a una violenza sistemica dello stesso presente e alla propaganda dello stesso senz’altro qualcuno che prima di tutto conosce le cattive abitudini del (nostro) Antico regime.
Le rivolte alle quali stiamo assistendo ci costringono infatti a fare i conti con un paradosso evidente la cui soluzione è un rischio che dovrebbe essere affrontato da figure preparate e capaci di trasformare la rabbia in azioni concrete precise.
Alla propaganda che denuncia esclusivamente le violenze più efferate e a momenti ingiustificabili e a un contesto che liquida perciò le stesse nella convinzione che basti andare a votare “il meno peggio” per cambiare le cose occorre di conseguenza non già una risposta prevedibile ma una risposta prima di tutto furba, (per quanto comunque rivoluzionaria).
Per evitare dunque che la politica possa continuare a concentrarsi solo sulle conseguenze nel tentativo di istillare nei cittadini un terrore che giustificherebbe un abuso occorre che si ricordi ben presto alla stessa che è essa stessa la causa del problema; certo, le possibilità di far sentire la propria voce sono state ampiamente limitate ma prima che queste vengano ulteriormente ridimensionate non sarebbe forse più furbo prendere in effetti coscienza del contesto ed evitare di assecondare le perversioni di quello stesso sistema che si contesta?
I partiti politici e i sindacati sono stati complici di una deriva di cui oggi qualcuno ha iniziato a prendere coscienza ed essendo naturalmente essi parte del sistema che si contesta non meritano una fiducia che qualcuno ancora spera possa essere risolutiva dei problemi attraverso il voto o gli scioperi organizzati dai sindacati.
Per rispondere infatti a ciò che si contesta occorre appunto una risposta risolutiva precisa che non si può più esprimere esclusivamente una scelta consapevole nei propri acquisti, ad esempio, ma attraverso la formazione di nuove realtà sociali capaci di incoraggiare e tutelare forme di protesta ben più mirate come, ad esempio, lo sciopero fiscale.
La teorizzazione e la conseguente costruzione di una realtà nuova sono infine percorsi che possono essere intrapresi solo con la consapevolezza e la precisa volontà di pensare qualcosa di diverso, qualcosa capace nei fatti quotidiani di dire “no” a tutte quelle condotte altresì tossiche che a cominciare dai luoghi di lavoro hanno appestato ogni forma di collaborazione tra gli individui e nei fatti incoraggiato quella che potremmo continuare a ricordare come una “guerra tra poveri”.
Per vent’anni, ciò che rimaneva della Sinistra e i governi tecnici hanno svolto il lavoro sporco che le pseudodestre non osavano fare e fingere di dimenticare che hanno smantellato il tessuto sociale, precarizzato la stessa esistenza, trasformato il futuro in una minaccia e sfruttato le armi del ricatto per costringere i cittadini a compiere sovente scelte scellerate è ipocrita.
Così come è ipocrita continuare a ignorare il fatto che non esistono differenze tra ciò che chiamano “Sinistra” e “Destra”, attualmente, giacché esse, alla prova di governo, agiscono allo stesso modo quando si tratta di dover legiferare o decidere a proposito di questioni ben più strategiche di dove debba essere collocato un asterisco.
In conclusione, nel ribadire quanto possa essere pericoloso non tenere conto del contesto, ritengo opportuno ribadire ugualmente che una corretta preparazione di quel cambiamento inevitabile che la storia può confermare essere tale non può non prescindere da una riscoperta dei “perché”.
La politica, la quale non a caso ha smesso di chiedersi i “perché” più autentici delle cose, non può più rispondere alle esigenze pratiche dei cittadini, così come non possono più farlo altre istituzioni pubbliche (o private) giacché queste sono ormai da tempo incapaci appunto di aprirsi con convinzione a qualcosa che contraddica le regole autoreferenziali che le ingrassa.
In buona sostanza, per evitare che una qualsivoglia forma di contestazione possa essere strumentalizzata e di conseguenza compromessa, occorre evitare che le realtà istituzionali esistenti possano appropriarsene con i loro simboli.
Allo stesso modo, per evitare appunto che ogni possibile azione ispirata dal malcontento e quindi dalla volontà di partecipare ad un cambiamento possa subire l’onta di un discredito immeritato, occorre ribadire quanto sia lesiva per il pensiero ogni forma di semplificazione.
Come notato in alcuni contesti, il nichilismo può senza dubbio essere un interessante giustificazione ma possiamo essere certi che basti per tentare di spiegare i fenomeni sociali che stiamo vivendo? Come già ricordato, concentrarsi su questo aspetto rischia di spostare l’attenzione da qualcosa di molto più importante: il fatto che la nostra società sia paralizzata, non già dalla paura che il potere incoraggia ma dall’autoreferenzialità dello stesso; (dopotutto credo sia più che legittimo chiedersi ormai perché buona parte dei giornalisti che scrivono per grandi giornali come un Michele Serra lo possa fare senza laurea ma a quelli della mia generazione dicono costantemente che una laurea ormai non basta)…
Sì, il nichilismo c’è ed è evidente che la nostra intera società ne soffra ma questo riguarda un po’ tutti, anche quei cerebrolesi che la storia non la studiano e vorrebbero convincerci a fare la guerra con la Russia domani ma nonostante ciò, (anzi, proprio in considerazione di ciò), credo valga la pena prendersi allora un momento per trovare il coraggio di rendersi conto che in fondo, gli astri raccontano di noi molto di più di quanto sembri e che non è con l’ovvio pensato da terzi che si asseconda un cambiamento ma con un coraggioso balzo in avanti intellettivo capace di dire “basta” ai confini tra le parti, ai “noi” contro “voi”, a quei salotti che ancora spasimano per i Mario Draghi di turno e alla solita retorica che contrappone non a caso le destre (quali?) alle sinistre (entrambe serve, ribadisco, di poteri ben più importanti, purtroppo).
