C’è ancora un presente e ci sarà un domani se…
Sebbene sia prematuro esprimere un giudizio politico a proposito dell’attuale governo è senz’altro vero che l’incapacità dello stesso di rispettare non poche promesse elettorali sia motivo per cominciare a credere che Roberto Vannacci potrà continuare a sottrarre voti ai partiti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
L’ascesa politica di Roberto Vannacci non è quindi un fenomeno da trascurare e in tal senso credo valga la pena prendersi del tempo per cominciare a maturare alcune riflessioni in merito.
Sebbene continui a credere che chiunque risieda a Palazzo Chigi non abbia i margini di manovra per definire e attuare in piena autonomia un’agenda che abbia per oggetto questioni rilevanti in ambito strategico, credo che Roberto Vannacci non sia tuttavia un personaggio politico da sottovalutare.
Come ebbe a scrivere infatti Tzvetan Todorov nel libro La conquista dell’America pur non potendo, naturalmente, considerare veritiere le profezie delle popolazioni precolombiane create a posteriori per spiegare la conquista degli europei sarebbe un grave errore trascurare le stesse giacché pur essendo appunto posteriori ai fatti le profezie in esame ci consentono di comprendere come per gli indiani d’America tutto fosse già stato scritto.
Mutatis mutandis, quindi, sebbene credo che se un giorno Roberto Vannacci diventasse Presidente del consiglio non potrebbe comunque in alcun modo attuare una cospicua parte delle sue promesse, penso che il suo impegno e il suo linguaggio dicano molto del nostro tempo.
Le parole sono infatti solo parole, certo ma quando queste richiamano aspetti della vita militare o episodi molto precisi della nostra storia si dovrebbe evitare di limitarsi esclusivamente a chi le ha pronunciate ma tentare di capire i motivi per cui queste hanno successo.
Se in politica, oggi, qualcuno può sentirsi legittimato a spostare il confine di ciò che si può dire un po’ più in là, se gli elettori reagiscono in un certo modo e, infine, i social amplificano e normalizzano ciò che ieri sarebbe sembrato sconveniente significa perciò che il problema non è a monte ma a valle.
Quando si è permesso in effetti che un noto virologo potesse equiparare i c.d. “no vax” ai “sorci”, si è commesso un errore grave e non diversamente, oggi, permettere che un politico usi un linguaggio da caserma è ugualmente pericoloso.
Il problema, in parole diverse, non è indignarsi perciò per la parola in quanto tale o per il personaggio ma è non domandarsi che tipo di dibattito politico si stia costruendo.
Se non siamo più capaci di realizzare quanto poco conti la politica nel momento in cui questa è chiamata, come già anticipato, a definire e ad attuare un agenda che abbia una portata significativa e se non siamo di conseguenza capaci di renderci conto che la realtà non può essere spiegata servendosi di princìpi dicotomici significa che esiste un problema di natura culturale comune non solo nel contesto della destra ma altresì della sinistra (la quale, ricordo volentieri, non risparmiò di esprimere giudizi semplicistici e talvolta offensivi nei confronti di chi fu paragonato a un sorcio).
A queste condizioni, una riflessione che provi ad aiutarci a prendere coscienza dei nostri passi incerti sarebbe senz’altro d’aiuto. Chi potrebbe, però, confutare le parole di uomini come Roberto Vannacci? Chi potrebbe dimostrare l’inconsistenza del populismo, i difetti di una democrazia che nonostante appunto i suoi naturali difetti merita comunque il nostro impegno?
Credo, in questo caso senza timore di essere in errore, coloro che hanno avuto l’umiltà di confrontarsi con la storia e, soprattutto, con il dirompente potere che si acquista nel momento in cui non si ha più paura di poter parlare fuori da uno schema già denunciato.
È evidente che i nostri tempi chiedano all’Occidente una risposta al fenomeno dell’immigrazione ma pensare che basti strumentalizzare la storia come sovente è accaduto durante gli interventi del generale Vannacci è fuorviante e inappropriato.
Uno studio più attento dei fenomeni migratori nella storia d’Europa e dell’Italia e, più in generale, dell’Occidente, dovrebbe ispirare infatti prima di ogni cosa una domanda: cosa possiamo proporre e di conseguenza essere noi italiani?
Non è certo semplice riassumere qui in poche righe tutti quei fenomeni che hanno definito nei millenni le caratteristiche degli italiani ma se è vero, per citare Giuseppe Mazzini che l’Italia è la patria delle patrie perché dovremmo arroccarci dietro la difesa di valori a cui noi stessi non crediamo più e ripudiare inevitabilmente il diverso quando questo può contribuire incoraggiare la nostra stessa consapevolezza?
Tra i fautori di chi difende ad oltranza i valori di un Occidente in cui egli stesso non crede e chi per partito preso crede che il concetto di “patria” sia sic et simpliciter un costrutto conservatore da ripudiare può in conclusione esistere, a mio modesto parere, quell’alternativa scomoda ma funzionale che il potere non può permettersi che venga contemplata: una direzione nella quale si può essere orgogliosi di ciò che siamo e ugualmente capaci di migliorarci attraverso la riflessione ma soprattutto il confronto con quella novità che proprio nel nostro garantire l’autodeterminazione dell’individuo cerca una risposta.
Nell’Italia un po’ frastornata degli ultimi mesi del 2026 di persone straniere che pur non avendo dimenticato chi sono hanno saputo costruire delle proposte economiche e sociali interessanti ce ne sono tante e queste, proprio nella forza che le contraddistingue per essere persone a metà strada tra culture diverse, sono un esempio utile per tentare di scorgere quelle energie che potrebbero scrivere la storia del paese negli anni a venire.
In quel loro sentirsi spesso estranei nelle loro terre d’origine e divisi, di conseguenza, tra due verità che per primi hanno provato a conciliare vi è in effetti un fenomeno antropologico non trascurabile le cui caratteristiche indicano un processo di trasformazione che noi, nella nostra pigrizia, abbiamo volentieri dimenticato.
Gli stessi presupposti del diritto naturale che proprio in Occidente hanno trovato occasione per concretizzarsi sono aspetti utili per rifiutare quegli aspetti a noi estranei ma tipici di alcune culture come ad esempio, l’infibulazione o il matrimonio tra una bambina e un maschio adulto per cui, in buona sostanza, le buone motivazioni capaci di aiutarci a prendere coscienza di un rinnovamento necessario che ripudi il pressapochismo sono possibili.
Malgrado il disordine, dunque, una risposta a quello che sembra un declino può certamente essere osservata tra quei dettagli intangibili ma comunque concreti che contraddicono la nostra pretesa di superiorità teorica (una pretesa che, nei fatti, altrove viene schernita dai tempi in cui ogni nostro proposito veniva dimenticato per soccombere di fronte all’esigenze materiali).
In buona sostanza, noi (occidentali) che appunto dai tempi della conquista delle Americhe ci arroghiamo il diritto di essere superiori ma poi ripudiamo nei fatti i nostri valori per assecondare un’avidità fine a sé stessa, di fronte a un fenomeno storico dirompente come quello della globalizzazione non possiamo più permetterci una contraddizione che ci vede impegnati a sbandierare valori in cui non crediamo né possiamo permetterci di scegliere di non credere in noi stessi e di fidarci di chi, il passato non lo studia ma pretende di riesumarlo senza prendersi prima un momento per riflettere.
Quegli stranieri i cui tratti somatici non sono certamente mediterranei ma che in Italia hanno ad esempio avuto occasione di trovare un’occasione per esprimersi sono dopotutto una verità così come una verità è l’urgenza, da parte nostra affinché questo oggi possa essere ricordato, di continuare a proporre al mondo qualcosa che finalmente, (non a caso), possa spiegare meglio quel modo di essere che trascende la materia ma si esprime nella cultura, nell’arte, nel bello e certamente, nei valori.
