“C’è del marcio (intorno a noi)”
Avremmo dovuto renderci conto che “C’è del marcio in Danimarca” ancora prima dei file di Epstein e le reazioni con le quali sono stati accolti non possono che rivelare a loro volta quanto marcio sia il modo con cui pensiamo il presente.
Ogni nuova rivelazione inerente ai misfatti di un potere che avremmo appunto già dovuto smascherare tempo fa non ispira infatti né una precisa iniziativa utile affinché possa aver luogo una presa di consapevolezza del proprio ruolo nella storia né tantomeno una significativa azione legale.
Al contrario, le chiacchiere che siamo costretti ad ascoltare in queste ore ci rivelano non solo che il potere, oggi, metabolizza anche le sue crisi ma che fino a prova contraria l’ideologia di cui sono impregnate le nostre menti ha fatto più danni del petrolio in mare aperto.
A prescindere quindi dal fatto che ogni singolo caso emerso nel contesto dell’inchiesta in esame debba essere approfondito con cura, credo sia di conseguenza opportuno rendersi conto che la questione non possa essere contemplata secondo logiche di parte e che sia perciò fuorviante limitarsi ad assecondare sia i progressisti che vedono infatti i file di Epstein come la prova dell’ipocrisia dei conservatori che i conservatori i quali, al contrario, vedono nei file l’evidenza delle degenerazioni “liberal”; (non di meno, credo sia fuorviante assecondare anche una certa deriva secondo la quale questi file dimostrano che “tutti gli uomini sono corrotti” perché di casi evidenti di corruzione al femminile e di donne al potere non proprio integerrime si potrebbe di fatto scrivere a lungo).
La questione, di certo complessa, ci vede perciò nella condizione di dover fare i conti con il fatto che quelle “teorie del complotto” a proposito della perdita da parte delle democrazie del loro valore più intrinseco non erano tanto “complottiste”.
Certo, sarebbe utile ribadire anche in questa sede che l’uso improprio del termine “complottista” per screditare ogni ipotesi divergente da una precisa narrazione è a sua volta fuorviante ma avrebbe senso? In un tempo nel quale, come già specificato, ogni evento deve essere spiegato secondo il filtro della propria valutazione ideologica a chi gioverebbe ribadire che sì, esistono teorie assurde e scientificamente confutabili ma anche opinioni serie che prima di essere criticate andrebbero approfondite?
Senza dubbio, qualcuno comincerà a discernere presto (e sul serio) la verità tra le nebbie del caos in cui annaspiamo (e soffochiamo) ma se chi dovere non ha il coraggio di ammettere i limiti dei sistemi politici a cui crediamo perché io dovrei ostinarmi a ripetere ciò che è già stato a lungo spiegato in passato?
Io, di preciso, non so se valga dunque la pena insistere (oggi) nel senso appena descritto ma è chiaro che non possiamo più continuare a credere che nel lungo prosperare delle democrazie dopo l’ultima guerra non siano più esistite oligarchie o poteri occulti né tantomeno possiamo continuare a credere che le democrazie, in Occidente, si muovano esclusivamente grazie ai consensi popolari e che il voto determini di conseguenza il futuro di milioni di persone e il motivo, per quanto brutale, è evidente: se abbiamo davvero a cuore ciò che la democrazia pretende di rappresentare dobbiamo prendere atto delle sue evidenti disfunzioni il prima possibile.
Per quanto sia quindi difficile tentare di osservare la realtà nel suo complesso, oggi, in un momento storico che predilige una sempre più scarsa attenzione per i dettagli, credo sia opportuno osservare le vicende dei file Epstein in prospettiva senza trascurare ulteriori avvenimenti.
In questi stessi giorni in cui tanto si chiacchiera a proposito dei nomi presenti nei file in esame, la notizia che Amazon ha licenziato 16.000 persone per sostituirle con l’Intelligenza Artificiale sembra essere passata in secondo piano prima del previsto e questo, a parer mio, è in effetti preoccupante.
Così come è preoccupante la notizia che vede Stellantis e altre multinazionali decretare la fine dello smart working e ammettere così che non è l’efficienza che conta ma una logica del controllo ben più vetusta del termine “vetusto”.
Il pressapochismo con il quale si accolgono le novità in ambito tecnologico e la convinzione che una novità sia inevitabile e non abbia di per sé bisogno di alcuna forma di elaborazione critica e giuridica sono di fatto questioni che se osservate appunto sullo sfondo di quanto approfondito fin qui dovrebbero invitarci a chiedere quale futuro si aspettano dai noi quelle forze economiche i cui interessi hanno già smembrato ciò che rimaneva delle democrazie condizionando attivamente l’indipendenza, nei fatti, dei rappresentanti politici in prima battuta.
In altre parole, in un periodo nel quale troppo tardi ci si rende conto di aver commesso un errore (poiché di solito si è anzitempo preferito ignorare delle possibili conseguenze a vantaggio del mero profitto), sarebbe auspicabile che tra dieci anni non ci si destasse all’improvviso scoprendo di “aver dimenticato il fattore umano nel mondo del lavoro” …
È certo che l’Intelligenza Artificiale possa essere uno strumento utile in numerosi contesti (non solo lavorativi) ma è ugualmente certo che, non solo i benefici del suo uso sono relativi, ma che non di meno è certo che senza consapevolezza di ciò che si è o si vuole non potranno mai definirsi quegli aneliti di libertà di cui troppo spesso, in Occidente, si (stra)parla.
Se oggi siamo quindi riusciti a renderci conto, (finalmente), dei limiti della democrazia e degli effetti devastanti che hanno avuto sull’apprendimento l’uso degli smartphone, perché non dovremmo allora osservare la situazione nella sua interezza e riconoscere che non possiamo accogliere ogni novità con una scrollata di spalle?
“C’è del marcio in Danimarca”, è vero, ma esistono ancora dei buoni motivi per rendersi conto, in conclusione, che qualcosa può ancora essere salvato dalle fauci del pressapochismo o di un “Nulla” che deve recuperare i suoi investimenti, (a discapito della nostra importanza), e uno di questi buoni motivi vede noi esseri umani destinati ad accettare una sfida: o impariamo a crescere sul piano meditativo di pari passo con quello tecnologico o presto dovremo rassegnarci a subire disfatte che tutto sommato avremmo non a caso già dovuto intuire…
