Le beatitudini della fenice

Quando sono cadute quelle barriere ideali che ci impedivano di conciliare delle apparenti contraddizioni?

Credo, non senza timore, quando uomini come Niels Bohr sono stati costretti a fare i conti con la necessità di rinunciare alle loro convinzioni per tentare di spiegare, appunto, fenomeni che diversamente non avrebbero mai potuto comprendere.

In effetti, la scienza del secolo scorso ha cambiato per sempre la nostra comprensione della realtà e riconoscere quanto importante sia stata la meccanica quantistica credo sia utile per tentare di comprendere (anche) il nostro rapporto con la letteratura e, più in generale, ogni forma di espressione artistica.

Ma che cos’è la meccanica quantistica? E come possono le sfide alle quali ci ha costretto suggerirci un diverso approccio nei confronti di ciò che viene comunicato?

La meccanica quantistica (o fisica quantistica) descrive in termini di probabilità statistica il comportamento dei sistemi di dimensioni atomiche o subatomiche (come gli atomi e le particelle subatomiche di fatti) per i quali non sono verificate le leggi della meccanica classica e dell’elettromagnetismo.

In altre parole, dal momento che gli atomi e le particelle subatomiche non rispondono alle leggi della meccanica classica e dell’elettromagnetismo, la meccanica quantistica descrive comportamenti in apparenza contradditori con ciò che osserviamo nella vita di tutti i giorni.

Ma come può, (torno a insistere), una teoria scientifica permetterci di vivere un’esperienza diversa come la lettura? Com’è possibile che possano venire meno barriere tra scienza e umanesimo proprio grazie a un paradosso?

Per meglio comprendere quanto importante possa essere l’approccio che ci suggerisce la meccanica quantistica è necessario (tentare) di spiegare l’importanza che gioca l’osservatore giacché, per quanto incredibile possa essere, la meccanica quantistica ci ha dimostrato che l’osservazione può influenzare lo stato di una particella.

Non diversamente, quindi, se riconosciamo che l’osservazione può condizionare lo stato di una particella perché non dovremmo riconoscere l’importanza del ruolo dell’osservatore nel confronto con un’opera di natura letteraria o artistica?

Il momento nel quale in effetti si rilegge un libro e si scopre che questo comunica alla nostra mente qualcosa che la prima volta non eravamo stati capaci di cogliere che cos’è se non un episodio nel quale il nostro ruolo come osservatori merita una diversa attenzione?

Senza dubbio, si potrebbe obiettare a quanto appena suggerito che il libro (così come ripeto ogni forma di espressione artistica) non può cambiare nei suoi caratteri generali poiché, al contrario, siamo noi che cambiamo (o ci riveliamo) ed è vero ma se ciò che viene osservato non fosse osservato sarebbe tale? Se ciò che viene osservato acquista importanza in virtù del rapporto che di fatto si definisce tra la cosa in sé e l’osservatore possiamo forse permetterci di ridimensionare l’importanza che il ruolo dell’osservatore ha negli istanti in cui elabora ciò che ha osservato e successivamente lo condivide?

Pur ribadendo quanto importante sia non strumentalizzare argomenti scientifici per provare a spiegare questioni spesso difficilmente spiegabili (di persone che vorrebbero convincerci a fare i soldi grazie alla meccanica quantistica è purtroppo pieno il mondo), credo in ogni caso che l’approccio rivoluzionario suggeritoci dalla stessa possa senz’altro ispirarci a superare barriere concettuali spesso pericolose come quelle che separano, ad esempio, le diverse esperienze nel contesto dell’attività di ricerca.

Allo stesso modo, credo che l’approccio fin qui descritto possa essere utile sia per suggerire a chi legge di ascoltarsi con più attenzione che a chi scrive di non aver paura di confrontarsi con ciò che si è ormai scelto di pubblicare dal momento che non solo ciò che è stato è parte di un cammino ma ciò che è stato può altresì essere interpretato a posteriori grazie a una prospettiva appunto diversa.

Nel caso specifico, io stesso di fronte a ciò che ho scritto mi sono di recente reso conto di aver scritto qualcosa in più rispetto a ciò che a suo tempo pensavo e questa esperienza incredibile non mi ha visto protagonista in momenti in cui mi sono confrontato con qualcuno a proposito delle pagine de Il confine invisibile quanto ripensando a ciò che è stata La coscienza della fenice.

Nel romanzo in oggetto, il protagonista, Lucio Fittipaldi è un uomo che in seguito alla morte del suo migliore amico e alla scoperta che la sua prima compagna dovrà affrontare una terribile malattia si rende conto non già di aver “buttato la sua vita” ma di aver assecondato aspetti della quotidianità che non avrebbe mai voluto assecondare in tempi diversi.

L’apatia che si trascina e che lo costringe ad “accartocciarsi su sé stesso” come ebbe a dire una mia preziosa amica sono infatti conseguenze naturali del suo disinteresse, segnali di un disagio che dovrebbe ascoltare ma che non riesce a fare finché “tutto sembra andare bene”.

Cosa costringe dunque Lucio Fittipaldi a reagire ad un certo punto? La consapevolezza del suo essere limitato la quale lo pone nella condizione non tanto di riconoscere che tutto sommato “lui è stato fortunato” ma che può fare di più finché è in tempo.

In parole diverse, Lucio Fittipaldi riconquista di fronte al dolore la certezza che aveva abbandonato per assecondare in gioventù le aspettative di terzi, le aspettative di un mondo che di lui non aveva interesse ma al quale ha comunque sacrificato le sue più autentiche passioni perché sembrava opportuno farlo, (tra cui, non a caso, la vocazione per la pittura).

Ma dove, in particolare, il protagonista di una storia che pensai potesse rivolgersi a tutti, comincia a riscoprirsi consapevole che per ri-sorgere alla vita bisogna prima imparare a sorridere alla morte? In uno spazio indefinito a metà strada tra una chiesa e un cimitero, proprio durante le esequie del suo migliore amico (e per non errore, spero)!

Senza rendermene conto, a suo tempo scrissi perciò non solo una storia che potesse essere raccontata ancora prima che in una evidente prospettiva al cui centro si ponesse la necessità della tribolazione per maturare nella resurrezione, ma una storia al cui culmine si potrebbe ricordare il discorso delle beatitudini.

Nel celebre discorso delle beatitudini che Gesù tiene secondo l’evangelista Matteo su una montagna, Gesù Cristo celebra appunto i beati, ossia in qualche modo, per semplificare, gli ultimi.

Ma come possono, gli ultimi, essere “beati”? Come possono, in effetti, essere “beati” coloro che sono nel pianto o coloro che sono perseguitati?

Io, che pur avendo ricevuto i sacramenti, ho difficoltà a riconoscermi nelle istituzioni della Chiesa certo dovrei sorprendermi, come comprendo bene accade in molti di fronte a un discorso provocatorio come quello delle beatitudini, eppure qualcosa mi ha di recente suggerito di continuare a credere che questo discorso, così come numerosi altri episodi descritti nei Vangeli, possano essere apprezzati a loro modo non solo da chi come me professa una qualche forma di spiritualità non propriamente canonica ma anche da chi non professa nessuna forma di spiritualità ma semplicemente cammina e vive.

Sì, le beatitudini descrivono per il credente la presenza del Signore la quale, se riconosciuta, diventa determinante e sì, esse descrivono l’importanza di camminare sulle tracce di Cristo e di vivere in Lui affinché si possa sperimentare la beatitudine anche nelle tribolazioni e in tutte quelle situazioni in cui perseguiamo ostinatamente il bene anche se osteggiati, insultati, perseguitati, perché è Lui, il Signore, la beatitudine, colui che indica il cammino verso il Regno ma se è vero che, a prescindere da ciò in cui si crede (o non si crede) le beatitudini sono comunque rivolte a tutti è forse inopportuno credere che esse non invitino anche il peggiore a confidare nella possibilità di ricominciare anche nei momenti più tetri?

André Chouraqui, traducendo in francese il termine “beati” con “en marche”, ossia “in cammino”, esprime bene la dimensione dinamica e non statica delle beatitudini appena proposta poiché l’uomo delle beatitudini è un umano in cammino, il quale, (proprio come Lucio Fittipaldi) persevera nonostante tutto nella sua rettitudine.

Nel mio piccolo ha poca importanza che la rettitudine sia di natura cristiana o meno poiché, come è ben noto, credo che una voce capace di ispirare buoni pensieri e buone azioni superi i confini di una chiesa di mattoni e possa parlare a chiunque, sia esso ateo o di un’altra confessione e non per errore, anche in questo caso, credo che ritornare ad osservare l’esperienza di ri-nascita di Lucio Fittipaldi in un’ottica di beatitudine sia interessante quanto fondamentale in un tempo che vorrebbe anestetizzare il dolore a tutti i costi per fare di noi dei “prosumer” sempre più “al top”.

In parole diverse, Lucio Fittipaldi, nella sua tribolazione è beato quanto il suo migliore amico e il suo primo amore e in loro vede e vive proprio il senso del sentirsi tale perché il dolore è una verità che ad un certo punto non nega più ma affronta con la consapevolezza che c’è comunque altro e che è da esso e solo grazie ad esso che può esserci il ritorno verso sé stessi, verso un conoscere sé stessi in opposizione a un idolo contemporaneo che ha imposto a lui (come a noi tutti) non di conoscerci ma di provare a essere qualcosa.

Se sia o meno stata casuale la ri-scoperta di un libro di cui io stesso sono stato autore ben prima di  un tempo di ri-scoperta come questo proprio all’inizio dell’anno del cavallo di fuoco secondo il calendario cinese questo non lo so e forse non lo saprò mai, ma come credo sia in conclusione importante, ripeto, provare a fare meno di quei limiti ideologici che ci separano da una visione sempre più globale delle cose nel loro insieme credo altresì sia stato a suo modo “provvidenziale” permettere che in una storia si incontrassero possibilità di raccontare aspetti del nostro io in apparenza distanti ma a loro modo molto più vicini di quanto tanti falsi profeti vorrebbero farci credere.

Lo so, è disturbante provare a credere che non esistano barriere tra le “cose” in un momento storico che fin dalla più tenera età tenta in tutti i modi di persuaderci che le barriere, al contrario, non solo esistono ma sono importanti per essere “più performanti” ma c’è di più oltre alle nostre ossessioni e alle quelle chiacchiere che ci separano o costringono alla solitudine e c’è di più di quelle ideologie che certi poteri assecondano per limitare la nostra forza ed è nella passione che ci tiene sostiene  contro tutte le aspettative e che un uomo come Lucio Fittipaldi si affretta a riscoprire proprio quando ri-torna.