Quello che rimane delle relazioni (e della politica) oggi tra macerie e speranze
Chi ha davvero demolito le certezze dell’umanità?
Il disincanto che si nutre dei nostri cuori è in effetti il risultato di una scelta o è il naturale scarto di un’epoca troppo veloce?
In altre parole, se l’amore non è quello che ci è stato raccontato al cinema e il lavoro dei sogni non ha niente a che vedere con la propaganda di Linkedin possiamo davvero sperare che la felicità del singolo esista a prescindere da un algoritmo progettato per fregarci?
Tutto quello che doveva essere decostruito è stato quindi decostruito ma siamo sicuri che abbia avuto un senso impegnarsi in questa impresa? Siamo davvero sicuri che “uccidere Dio” senza pensare al “dopo” sia stata una scelta intelligente?
Non è facile individuare un responsabile delle attività di decostruzione che per l’appunto ci vedono ogni giorno protagonisti ma è senza ombra di dubbio naturale riscoprirsi spesso complici nostro malgrado di un processo che né comprendiamo né apprezziamo.
Insomma, non è tanto alla domanda “chi ha ucciso Dio?” che dobbiamo rispondere quanto piuttosto alla domanda “Cosa possiamo fare?”.
Abbiamo demolito tutto, abbiamo ridicolizzato la fede altrui, abbiamo affermato che la famiglia tradizionale fosse un costrutto del patriarcato, abbiamo accettato di convincerci che fosse sano tentare di incontrare qualcuno su un’App di incontri e abbiamo addirittura cominciato a spiegare le dinamiche del nostro tempo con un lessico sempre più povero ma nessuno si è preso la briga di chiedersi quale fosse il senso del nostro affanno.
Sì, siamo senz’altro più liberi di mangiare e bere quello che ci pare e di cambiare partner come se fosse un telefono ma “cui prodest”? A chi giova davvero la nostra “fluidità”? Siamo davvero sicuri che l’incertezza alla quale abbiamo deciso di condannarci non sia in verità l’ennesima dimostrazione che esiste un potere il cui nutrimento trova tuttora ragione tra le logiche del “divide et impera”?
Certo, i nostri nonni che spesso si sposavano per interesse non erano tanto migliori di noi che abbiamo smesso di credere nell’amore semplicemente perché abbiamo deciso che impegnarsi per far funzionare qualcosa fosse troppo difficile ma proprio perché i nostri nonni non erano per molti aspetti migliori di noi ciò non significa che noi dobbiamo essere l’esatto contrario.
Il punto, infatti, è che la narrazione dominante alla quale abbiamo ceduto, (la stessa di cui appunto stiamo in questa sede discutendo), ci ha convinti che la realtà si potesse spiegare solo ed esclusivamente attraverso precise scelte di campo naturalmente in opposizione tra loro ma così non è.
Come spesso abbiamo non a caso già osservato, la realtà è ben più complicata di quello che certi giornalisti vorrebbero raccontare quando pretendono di dividerci; di conseguenza, credere che l’alternativa alle scelte dei nostri nonni sia semplicemente Tinder è da perdenti.
Tutti sappiamo che l’amore finisce ma noi che continuiamo a inseguire certe illusioni con affanno crescente come potremo mai pensare di (ri)tornare a casa?
Tutti, in parole povere, sappiamo che l’amore è impegno ma pochi di noi hanno il coraggio di viverlo così come tutti sappiamo riconoscere una “red flag” ma pochi di noi hanno il coraggio di ammettere che quella noia che crediamo di percepire di fronte alla coerenza non è noia bensì il contrario di quello che appunto ci suggerisce il “malessere”.
Possiamo dunque pensare di costruire una possibilità che ci renda veramente protagonisti del nostro tempo, in definitiva?
Io credo di sì e sebbene non veda intorno a me germogliare i fiori di una possibile rinascita vedo tuttavia i presupposti perché la storia, prima o poi, ci costringa a fare i conti con una possibile rivoluzione.
Non credo sia stato casuale il fatto che in questi giorni io abbia avuto l’onore di approfondire la figura di Guglielmo Josa, un noto politico di Gambatesa che a cavallo tra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo si è impegnato perché i cittadini delle aree più rurali del Molise riscoprissero il valore che hanno mestieri antichi come quello della pastorizia e non già perché il suo impegno abbia avuto semplicemente come oggetto quello della riscoperta delle tradizioni ma perché il suo impegno è stato quello di un politico di “altri tempi”: un politico che non si è rassegnato all’evidenza ma che si è battuto perché la realtà intorno a lui potesse rispondere al tedio e al caos.
Allo stesso modo, non credo sia stato casuale il fatto che in questi giorni io abbia riflettuto non poco e di nuovo sul senso che la necessità di una rivoluzione di matrice liberale perché se è vero che il nostro tempo ha bisogno di conoscere dei nuovi paradigmi questi non possono che trovare senso proprio nella capacità del singolo di conoscersi e di esprimere la propria natura a prescindere dalle logiche che sembrano più pervasive.
In conclusione, se continuare a chiedersi chi sia stato il responsabile delle macerie che siamo costretti a osservare sia futile non credo sia altrettanto futile (o sciocco) domandarsi se possa esistere un’alternativa capace di restituire concretezza e spontaneità ai gesti e alle parole perché malgrado io abbia fiducia nel naturale sviluppo del cambiamento in senso talvolta rivoluzionario credo che presto o tardi qualcuno dovrà riconoscere che i giovani appartengono ad a una nuova borghesia la quale, pur essendo più povera di quella che ha costruito il nostro tempo, ha comunque il naturale diritto di vincere ogni forma di decostruzione.