Fritto Misto

Fluidità e solidità in un mondo post post non si sa bene cosa…

Written by Nicola De Vita

Nonostante le mie buone intenzioni, pochi mesi fa sono stato costretto ad abbandonare la lettura di un romanzo: “Così per sempre” di Chiara Valerio.

Sebbene l’idea di proporre nuovamente il personaggio di Dracula sia, in effetti, affascinante, lo stile del romanzo appena citato non mi ha tuttavia convinto e le ragioni sono, in questo caso, squisitamente soggettive.

Vi è tuttavia un libro che prima (o forse dopo) “Così per sempre” ha riacceso in me delle speranze e questo libro è, non a caso, forse, “Dracula” di Bram Stoker.

Quando lessi la prima volta “Dracula” a quindici anni, del libro apprezzai non poche cose ma non riuscì ad ammirarne la possenza; oggi, dopo quasi tredici anni, qualcosa (non so dire cosa) mi ha aiutato in maniera considerevole a rivalutare notevolmente la complessità (sebbene, è giusto che lo precisi, il film di Francis Ford Coppola credo sia, personalmente, superiore).

Ma, non è di Dracula che vorrei continuare a scrivere (perlomeno oggi), ma è di ciò che di Dracula è stato detto da Chiara Valerio nel corso di una conversazione con Michela Murgia: “Il concetto più deleterio (…) è l’identità: il concetto di identità è asfittico, fa male, crea problemi e, ovviamente chi è il maggiore vettore di identità? Ovviamente il sangue. Allora l’idea è: come si fa a raccontare quanto siamo profondamente razzisti e legati a questioni identitarie visto che il sangue scorre in tutti noi? (…) Questo vampiro, la sua queerness sta in un abbattimento dell’identità strutturale perché lui si accorge, ad un certo punto, che il sangue puro non esiste. Ecco perché è superqueer…”     

Ora, che il sangue puro non esista è vero ma perché, da questa considerazione, discende, quasi inevitabilmente, una critica verso l’identità?

Ciò che siamo è il risultato di una ricombinazione genetica che ha visto spesso e volentieri mescolarsi identità genetiche diverse e io stesso, probabilmente, ho nelle vene il sangue di etnie differenti da quelle in cui mi riconosco; ciononostante, oggi sono comunque qualcosa, nello specifico sono un soggetto di sesso maschile e sono italiano.

Essere maschio ed essere italiano fa di me un soggetto superiore? Naturalmente no, per cui ciò che sono, ciò che mi identifica, mi da esclusivamente un’identità, appunto, con la quale posso interagire con il mondo.

Essere maschio ed essere italiano, dunque, non mi impedisce di guardare con interesse ad altre culture né tantomeno di credere che fare un figlio con una donna straniera significhi “contaminare il sangue” per cui credo sia importante, fin da ora, considerare che non è l’identità in sé a creare problemi ma come l’essere umano interpreta la stessa o l’assenza di essa.

Se sia o meno una fortuna riconoscersi nel proprio sesso non lo so. Io, personalmente, mi identifico serenamente in ciò che sono e nella mia eterosessualità per cui, da liberale, guardo con comprensione chi non si identifica in ciò che è e vorrebbe essere qualcos’altro ma critico ampiamente chi, al contrario, vorrebbe comunque abbattere il concetto di identità perché, pur non rendendosene conto, forse, vorrebbe abbattere anche ciò che io stesso sono.

Da liberale, come già anticipato poco fa, osservo quindi con preoccupazione ogni forma di estremismo perché credo che nessun estremismo abbia mai, effettivamente, contribuito a sostenere la causa da cui è partito. Ne consegue, pertanto, che osservare chi vorrebbe superare una logica binaria quando si parla di sessi mi sorprende perché, paradossalmente, contraddice qualcosa di cui è tuttavia un fervente sostenitore: la scienza.

Negli ultimi due anni, l’attenzione per il ruolo che ha la scienza nella nostra società ha superato i confini del parossismo e spesso, purtroppo, superato i limiti del fanatismo; per questa ragione, mi sorprende non poco osservare come ci si ostini a spiegare con la scienza questioni meramente politiche come il reintegro dei medici non vaccinati e si affermi, appunto, che possano esistere sessi diversi da quello maschile e femminile nel genere umano.

Allo stesso modo, mi sorprende non poco osservare come ci si ostini a sostenere che alcuni ruoli siano il risultato esclusivo di scelte sociali e non biologiche (come se un uomo potesse, di fatto partorire) …

E’ chiaro, e penso pacifico, accettare una discussione che ridimensioni alcuni stereotipi e incentivi, ad esempio, strumenti come il congedo paternale ma credo che pretendere che il ruolo di una madre possa essere completamente assolto dal padre sia, purtroppo o per fortuna, contrario alla biologia.

La tendenza a sostenere convinzioni antiscientifiche come quella di cui stiamo discutendo ha messo in imbarazzo non poche persone. E’ il caso della divulgatrice Barbara Gallavotti, la quale, in una puntata di “diMartedì”, dopo aver sostenuto che il maschio del cavalluccio marino assolve ad una funzione tipicamente “materna” è stata costretta, naturalmente, ad ammettere che il maschio dell’essere umano non può partorire.

Cosa significa? Significa certamente che la società crea dei modelli intorno ai sessi ma questi modelli discendono, non casualmente, da ciò che siamo.

Ma cosa sono, nello specifico, questi modelli? Facciamo un esempio affinché sia chiara, finalmente, la considerazione che intendo sostenere: pretendere che solo il maschio sappia guidare un’automobile è un pensiero sessista, pretendere che il maschio possa sostituirsi nelle fasi della gravidanza, del parto e dell’allattamento è un pensiero stupido.

In conclusione, considero ipocrita una società che non pretende di ragionare in termini binari quando non ha alternative dal momento che la natura ha predisposto due sessi per il genere umano e non riesca a fare a meno del binarismo quando la realtà socioeconomica impone una visione più aperta dell’essere.

E’ il caso dei vaccini o del conflitto in Ucraina: chiunque abbia sollevato dei dubbi nei confronti delle politiche del governo Draghi ha “meritato”, a prescindere, lo stigma sociale e l’etichetta “no vax”; allo stesso modo, chiunque abbia cercato di comprendere le ragioni storiche del conflitto in Ucraina e le condizioni delle repubbliche del Donbass è divenuto, ca va sans dire, filo putiniano.

Perché si debba però superare il binarismo quando si parla di sessi e non quando si parla di questioni socioeconomiche non è, tuttavia, un mistero. Se è vero, infatti, che ciò in cui siamo immersi è un fluido per eccellenza post post non si sa bene cosa e le identità sono, perciò da demolire, allora ha senso creare identità lì dove spesso non esistono e isolare, in questo caso, ogni forma possibile di dissenso.

Chi critica la poca trasparenza nei rapporti tra Unione europea e cause farmaceutiche è un “no vax” perché mette in discussione un equilibrio di potere più grande di lui ma chi mette in discussione l’identità sessuale chi sta minacciando, in concreto? Di sicuro non un potere che, come abbiamo visto, ci vuole fluidi, appunto, e divisi in ogni fase della nostra vita.

Lo sradicamento dell’identità e la (ri)creazione della stessa per isolare il dissenso e il dubbio è, perciò, condicio sine qua non di un mondo nuovo, un mondo dove la contraddizione trova ragion d’essere e l’individuo si riduce a ingranaggio di un sistema produttivo che non contempla obiezioni.

Tutto questo significa quindi che i rappresentanti della comunità LGBTQIA+ sono complici di un sovvertimento dei paradigmi? No, le loro battaglie per i diritti degli omosessuali, dei bisessuali e dei transgender sono da rispettare e da sostenere ma sempre nella misura in cui ad esse non si vadano a sostituire battaglie estreme che, paradossalmente, ledono gli stessi individui che intendono tutelare (può un asterisco, ad esempio, contribuire all’inclusività se, per definizione, la nostra società esclude chi pone delle domande?).

Siamo stati tutti condannati all’infelicità e tutti siamo stati condannati, fin dalle scuole elementari, a rifiutare la più importante considerazione dell’essere: “Conosci te stesso”.

Per questa ultima ragione, per questa sola ed ultima ragione, è opportuno quindi un ripensamento della nostra visione delle cose non già, in funzione di un’inclusività solo apparente ma in funzione di una riscoperta di ciò che siamo, di ciò che siamo in funzione degli altri, di ciò che siamo stati e di ciò che possiamo essere grazie ad una ricerca che non sia lineare ma circolare.

In conclusione, sebbene mi renda conto sia difficile affrontare tematiche come quella del binarismo sessuale e dell’immigrazione in poche righe, credo sia necessario spendere due parole anche sul tema migranti poiché, anche quando si discute di flussi migratori ho la sensazione che si perdano di vista i presupposti del pensiero critico.

Nei giorni appena trascorsi, infatti, mi sarebbe piaciuto vedere di fronte al caso “Ocean viking” un’Unione europea effettivamente solidale e compatta intorno ad un problema che continuiamo a trascinarci dietro da decenni; eppure, checché ne dicano le apparenze e le illusioni, l’Unione europea è rimasta silente.

Sono sincero: sono italiano, sì, ma sono anche europeo e come conseguenza di questa considerazione mi piacerebbe che a Bruxelles, finalmente, si cominciasse a trovare una quadra non solo intorno ai bilanci (fatto che conferma le mie paure circa l’ossessione del mio presente per l’economia) ma anche intorno alle difficoltà del continente africano.

Per evidenti ragioni, mi piacerebbe inoltre e, si badi bene, ciò che mi accingo a scrivere è il frutto di un’attenta valutazione, che l’Unione europea, oggi più che mai, riscoprisse la propria identità e la propria storia non con l’obiettivo di emulare una figura caritatevole che interviene a sopperire una mancanza ma con l’obiettivo di emulare un uomo di cui abbiamo appena ricordato la scomparsa, Enrico Mattei, il quale ha creato sviluppo interloquendo da pari a pari con i paesi africani e mediorientali.

Infine, mi piacerebbe che fosse evidente, più o meno per tutti quando si discute di immigrazione, che lo sradicamento da ciò che si è un trauma profondo per tutti gli esseri umani ma non per chi, da quel trauma, può trarre un margine di profitto.

About the author

Nicola De Vita

Classe 1994, lettore vorace dall'età di sei anni e autore del romanzo "L'alba di sangue".
Di me dicono che sono una "cattiva persona", un'anticonformista, un liberale e "un intrepido narratore di sogni".
P.S. Credo nella potenza della razionalità e in tante altre straordinarie rarità.

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