Politica Interna & Affari Esteri

Cosa fare della Russia?

Written by Nicola De Vita

Sappiamo più o meno tutti dove, come e perché è cominciata la guerra in Ucraina. Ciò che nessuno sa è dove ci porterà.

Certo, non è possibile pretendere di conoscere il futuro ma a prescindere da una dote che non mi risulta appartenere al genere umano in pochi osano azzardare delle ipotesi circa l’evoluzione dello scenario geopolitico (sia in caso di vittoria russa sia in caso di vittoria ucraina).

Se mentre, ad esempio, al termine della Seconda guerra mondiale fu relativamente evidente per personalità come Winston Churchill anticipare la (Prima) Guerra fredda, oggi non sembra infatti più possibile preferire uno scenario a scapito di un altro.

Tutto, sembrerebbe confermare in effetti la teoria di Samuel P. Huntington a proposito del mondo multipolare ma se qualcosa dovesse cambiare all’improvviso?

La mia riflessione, sebbene abbia avuto genesi recentemente, parte, come al solito, da lontano e trova ispirazione grazie ad un libro: “Russofobia” di Guy Mettan.

Sì, come disse l’onnipresente Winston Churchill “La Russia è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma” ma l’Occidente ha mai provato davvero a risolverlo questo “rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma”?

Da questa riflessione ha inizio il libro che ho appena menzionato e sebbene a qualche idiota possa sembrare una domanda “filo putiniana” sono sicuro che non pochi storici correrebbero a confermare l’importanza di un quesito assolutamente non secondario.

In altre parole: è l’oggetto osservato ad essere indecifrabile o sono gli occhi di chi guarda ad essere offuscati da qualcosa di non troppo diverso dall’irrazionalità?

Che ci piaccia o no, la Russia è un attore fondamentale nel quadro della politica internazionale, ma troppo spesso non abbiamo approfondito come si deve i dettagli delle sue posizioni e questo ci ha portati ad ignorare, di conseguenza, un conflitto (quello in Donbass) che è scoppiato tra le mani dell’Europa come una mina inesplosa e, purtroppo, dimenticata.

Certo, Putin non è un uomo democratico e ignorare che i contrasti tra l’Occidente e la Russia siano cominciati a deteriorarsi proprio quando il leader del Cremlino ha mostrato il suo vero volto sarebbe sciocco; tuttavia, credo sarebbe sciocco, allo stesso modo, non solo credere che nessuno sapesse chi fosse veramente Putin prima del 2008 ma anche che l’Occidente non sia avvezzo a trattare con paesi “diversi”.

La nostra storia è in effetti piena di manifestazioni recenti di “realpolitik” per cui sarò onesto e a scapito di giocarmi qualche “amico” andrò fino in fondo: i “dittatori” non possono piacerci solo a giorni alterni (soprattutto quando questi sono i nostri principali fornitori di materie prime) …

Mi rendo conto che sia difficile sciogliere il bandolo di una matassa apparentemente insolvibile ma se la Russia non intende cambiare un uomo che non possiamo capire quali prerogative intendiamo arrogarci?

Che Boris Elsin fosse più “petaloso” (e accomodante) non si discute ma dall’Ucraina bisogna in qualche modo uscirne e soprattutto bisogna uscirne senza danneggiare ulteriormente le nostre economie.

Dunque, cosa fare?

Rispondere è difficile come abbiamo visto ma esiste qualcuno che non poco tempo fa ha fornito alla platea internazionale suggerimenti non poco scontati: Henry Kissinger.

Per comprendere l’analisi strategica dell’ex Segretario di Stato è importante, tuttavia, rievocare in maniera preventiva la sua (quasi) primordiale fede nel principio dell’equilibrio.

Nella sua tesi di dottorato dedicata alla Restaurazione, Kissinger distingueva tra ordine internazionale legittimo e ordine rivoluzionario, ossia tra un ordine che integra al suo interno tutti i punti di vista delle potenze affinché partecipino al suo mantenimento e un ordine conservabile solo attraverso una superiorità schiacciante e una ricerca della “sicurezza assoluta” che conduce, tuttavia, ad una “rivoluzione permanente”.

Il suo retropensiero, attualizzabile con considerazioni che hanno fatto spesso e volentieri discutere, cosa ci spiega, in conclusione? Che “La Russia deve essere percepita come elemento essenziale di qualunque nuovo equilibrio mondiale, non anzitutto come minaccia per gli Stati Uniti. (…) Forse la cosa più importante è stato un divario nella concezione storica. Per gli Stati Uniti, infatti, la fine della Guerra fredda è sembrata una validazione della loro tradizionale fede nell’inevitabile rivoluzione democratica (…) ma l’esperienza storica della Russia è più complicata. Per un paese attraverso il quale per secoli hanno marciato eserciti stranieri da est e da ovest, la sicurezza avrà sempre bisogno di fondamenta geopolitiche, oltre che legali. (…) La sfida del nostro periodo è fondere le due prospettive, quella legale e quella geopolitica, in un concetto coerente.”.

Oggi, in effetti, può sembrare assurdo pensare che la fine del conflitto in Ucraina possa essere la base per un momento costruttivo ma Henry Kissinger, sulla base delle convinzioni già riportate, ci crede davvero. Le ragioni della sua osservazione sono principalmente due: la prima è di natura storica la seconda geopolitica.

Secondo l’ex Segretario di Stato la Russia è un fattore decisivo per la stabilità dell’Europa e non a caso ogni volta che ha avuto un ruolo il Vecchio continente ha conosciuto l’equilibrio; inoltre, isolare i russi e non integrarli in un equilibrio, appunto, significa sempre secondo Kissinger consegnarli ai cinesi.

In un ribaltamento storico, insomma, di ciò che l’amministrazione Nixon fece su suo consiglio approfittando delle rivalità tra la Cina di Mao e l’Unione Sovietica vi è perciò la risposta ad un quesito (solo) apparentemente insolvibile?

Stabilirlo è difficile.

Ciononostante, cominciare a pensare con lucidità e oggettività al nostro rapporto con la Russia è fondamentale: non possiamo tollerare i paesi non democratici solo quando non sono apparentemente scomodi e avere con essi, di conseguenza, rapporti ondivaghi.

Chiedersi in effetti perché l’Occidente osteggi la Russia e non l’Arabia Saudita non credo sia perciò “complottista” ma ragionevole (soprattutto perché ad oggi, checché ne dicano certi “fact checkers”, le sanzioni ci hanno recato non pochi guai) …

In definitiva: esiste o non esiste un astio particolare non tanto per Vladimir Putin ma per la Russia in quanto tale? Esiste o non esiste un terrore quasi atavico per l’ “orso russo” che ci impedisce di comprendere pienamente alcune logiche?

La storia sembra dire di sì…

P.S. Qualora non fosse chiaro, ripensare il nostro ruolo con la Russia e, naturalmente con l’Ucraina, significa non solo guardare al futuro con pragmatismo ma anche ripensare con attenzione il significato che ha per noi la parola “democrazia”. Parlare di valori democratici è possibile e sarà quindi possibile solo grazie ad un adeguato percorso di ristrutturazione interna atto a ridefinire lo stesso rapporto di forza che pretendiamo di avere con la Russia e, in questo caso, con la Cina.

Il tempo delle fiabe è finito e forse non è mai cominciato: se desideriamo per davvero porre fine alla guerra in Ucraina (e sventare la possibilità di un conflitto a Taiwan e per Taiwan) il momento di essere realisti, chiari e soprattutto consapevoli è adesso.

 

(L’immagine di copertina è di Federica Tomassetti)

About the author

Nicola De Vita

Classe 1994, lettore vorace dall'età di sei anni e autore del romanzo "L'alba di sangue".
Di me dicono che sono una "cattiva persona", un'anticonformista, un liberale e "un intrepido narratore di sogni".
P.S. Credo nella potenza della razionalità e in tante altre straordinarie rarità.

Leave a Comment