“Magnifica humanitas”: un’enciclica “Urbi et Orbi”

A chi si rivolge il Pontefice quando decide di scrivere un’enciclica la cui struttura principale è ispirata dai fondamenti della dottrina sociale della Chiesa?

Si rivolge ai soli cattolici o anche a tutti coloro che prescindendo dai formalismi della Chiesa si impegnano per costruire ogni giorno qualcosa di importante?

Come ho già avuto modo di spiegare, pur avendo ricevuto i sacramenti non posso definirmi pienamente cattolico perché, nonostante il mio impegno, nessuna particolare grazia mi ha finora ispirato a vivere la fede al fianco di qualcuno e a circoscrivere quindi la stessa tra i confini di un’istituzione come la Chiesa.

Non entrerò qui nel merito del rapporto che ho con la fede, né mi impegnerò a spiegare perché ritenga che un’istituzione di uomini naturalmente fallibili non possa spiegare ciò che nessun essere umano può spiegare ma nonostante le mie posizioni credo che nessuno possa permettersi di ignorare l’importanza che ha avuto (e che spero continuerà ad avere) la recente enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas.

La prima enciclica di Robert Prevost non è infatti un sermone, ma un’analisi dell’attuale governance tecnologica lucida e priva di contraddizioni.

Il Papa che scrive quindi Magnifica Humanitas non è un sacerdote che parla di Dio a chi a Dio già crede ma un intellettuale maturo capace di fare uso di ragionamenti talmente attenti da riuscire a smontare le illusioni del potere tecnocratico senza eccessi.

La considerazione per nulla radicale per cui “la tecnologia non è mai neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola e la usa” è forse una considerazione rivolta solo a chi frequenta la parrocchia la domenica o a tutti coloro che, nonostante le proprie vocazioni, agiscono comunque con responsabilità?

Ho scelto di non trascurare i particolari del mio rapporto con la fede in apertura a questo contributo perché credo in effetti che se anche una persona incapace come me di credere che sia possibile capire Dio si rende conto di quanto sia importante non trascurare i dettagli più preoccupanti del nostro presente allora tutti possiamo prenderci del tempo per riflettere a proposito di considerazioni concrete come quelle appunto descritte dal Pontefice.

Se l’algoritmo è quindi tutto fuorché oggettivo poiché esso è il riflesso della volontà di chi lo scrive e se oggi i principali motori dell’innovazione sono “attori privati, spesso transnazionali, con risorse superiori a quelle di molti Stati”, allora, il potere tecnologico che acquista un volto nuovo e che diventa più difficile da governare, a chi risponde?

È vero, le innovazioni tecnologiche possono essere senz’altro un’opportunità utile per contribuire al progresso dell’umanità ma come ogni opportunità anche le innovazioni tecnologiche costringono l’essere umano a fare i conti con le responsabilità che queste comportano.

Non è quindi possibile ignorare a questo punto che il vero protagonista dell’enciclica non è tanto l’IA quanto, in effetti, l’essere umano giacché l’IA rappresenta il contesto (storico), la questione emergente, la “cosa nuova”, la sfida che costringe infine il Magistero sociale a un approfondimento.

Ma in quali passaggi è possibile toccare non mano la concretezza delle parole del Papa? Senza dubbio, ciò che è stato scritto nel capitolo terzo dell’enciclica contribuisce non poco a restituire alle parole di Leone XIV un’immediatezza evidente: “L’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico: quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà. Decisioni delicate che toccano il lavoro, il credito, l’accesso ai servizi e la reputazione delle persone rischiano di essere affidate completamente a sistemi automatizzati che non conoscono “la compassione, la misericordia, il perdono e, soprattutto, l’apertura alla speranza di un cambiamento della persona” e possono così produrre nuove forme di scarto.”  

La qualità umana dello sviluppo, in un tempo in cui la tecnica ha acquisito una capacità inedita di condizionare la vita quotidiana e i processi decisionali, torna perciò ad essere realmente centrale proprio grazie alle parole poc’anzi ricordate poiché infatti esse ci obbligano a confrontarci con tutte quelle dinamiche inique le cui peggiori caratteristiche rischiano di peggiorare non già per colpa dell’IA ma di chi grazie alla stessa ne approfitterebbe proprio per inasprire le differenze sociali.

In altre parole, l’enciclica di Papa Leone XIV ci invita a riflettere a proposito di tutte quelle contraddizioni che pur essendo note preferiamo trascurare o più semplicemente nascondere dietro le porte di veri e propri “sepolcri imbiancati”.

Credere non a caso che sia “normale” che un algoritmo possa stabilire che una persona sia più meritevole di un’altra per un posto di lavoro e credere che basti la forma o peggio la sola gloria della propria tradizione giuridica per rispondere ai rischi di un cattivo uso dell’IA sui posti di lavoro (e non solo) è tipico di un tempo incapace di rispondere ai sintomi del declino.

Vero, la storia insegna che la crisi stessa può rivelarsi un’opportunità ma la storia insegna altresì che un’opportunità merita una presa di consapevolezza del contesto che oggi, per quanto paradossale, sembra impossibile.

Sono in definitiva tre le parole grazie alle quali credo sia possibile riassumere con precisione la prima enciclica del Pontefice: “trama”, “cantiere” e “cura”.

Per trama si intende sostanzialmente ciò viene ricevuto. Nel caso di specie, ricordando che l’Enciclica insiste molto sul tema della Dottrina sociale della Chiesa come patrimonio vivo e non come deposito statico, si intende ribadire che quando si discute di IA bisogna evitare che trionfi una forma ben nota di presentismo tecnologico dove tutto ciò che appare nuovo, urgente e quindi senza precedenti possa fare a meno di ogni sapienza precedente.

La stessa importanza attribuita allo studio della storia tra le pagine del testo non solo conferma perciò quanto fondamentale sia per la civiltà ricordare il passato proprio per acquisire maggiore consapevolezza di ciò che è il presente ma anche il ruolo della Chiesa che appunto non si rivolge solo ai cattolici ma che ricorda al mondo intero che fin dai tempi di Leone XIII essa non pretende di avere delle risposte ma neppure di essere una realtà priva di memoria.

La parola invece “cantiere” allude a ciò che siamo chiamati a costruire. L’immagine di Neemia già proposta nelle prime pagine conferma infatti che la città non viene salvata da un eroe solitario e che una tecnologia provvidenziale non può risolvere da sola le fratture del tempo dal momento che è il popolo l’agente che ricostruisce.

La responsabilità distribuita e condivisa qui sottolineata non è dunque solo una proposta ma una conferma della centralità del singolo con quelle specialità che non trovano soddisfazione nella negazione nei confronti della collettività ma nella partecipazione consapevole alla stessa.

La parola “cura”, infine, indica ciò che decidiamo di accudire.

In questo senso, certo si potrebbe anche ragionare in termini di “benessere” ma per ovviare la rischio che un’erronea interpretazione del termine ci inviti a ridurre lo stesso a una categoria individuale, quasi anonima, occorre che si ricordi che la cura obbliga in un certo modo a “uscire da sé”, ad avere attenzione, prossimità, tempo e, non a caso, responsabilità.

Se il vero “realizzarsi” non nasce perciò come sottolinea lo stesso Papa dalla rimozione della fragilità come suggeritoci sovente ma da una crescita in cui libertà e responsabilità si avvicinano al tema della solidarietà e alla consapevolezza che sapere non sempre significa comprendere, il discorso sull’IA cessa di essere astratto, l’enciclica si conferma un documento per chiunque e ci ricorda che appunto ognuno di noi, indipendentemente dal proprio credo, è nei suoi giorni su questo pianeta che deve chiedersi cosa ci stia davvero a cuore.