Quello che in pochi hanno capito…
Chi ripete che le armi garantiscono la pace è ispirato da una particolare consapevolezza storica o da un attento studio di quella neolingua che descrisse George Orwell in 1984?
Non è facile essere certi della capacità deterrente delle armi giacché nella storia non sempre la capacità belliche di un paese hanno permesso allo stesso di evitare un conflitto.
Nell’invitare quindi a diffidare non solo di chi sembra non avere mai dubbi ma anche di chi pretende di servirsi della storia per meri interessi politici credo che ricordare alcuni particolari episodi del passato potrebbe senz’altro essere comunque d’aiuto.
Nell’euforia generale che aveva accolto gli esiti della Conferenza di Monaco, il 5 ottobre del 1938 Winston Churchill pronunciò alla Camera dei comuni un discorso contro una politica di appeasement che riconosceva inopportuna e senz’altro inefficace.
Il futuro Primo ministro sostenne infatti tesi coraggiose, impegnative e decisamente scomode, tesi che potremmo riassumere citando proprio le parole di cui si servì per criticare il governo: “Ci hanno puntato contro una pistola e ci hanno chiesto una sterlina. Una volta ottenuta la sterlina, ci hanno puntato contro la pistola e ce ne hanno chieste due. Alla fine, il dittatore ha acconsentito a prendere una sterlina, diciassette scellini e sei penny, e il resto in promesse di buona volontà per il futuro”.
Egli sapeva bene che Adolf Hitler non si sarebbe fermato a Monaco e non già perché fosse un veggente ma perché aveva da tempo intuito ormai che un partito come quello nazionalsocialista ispirato da una weltanschauung i cui valori erano quelli del riarmo, del Lebensraum e della pulizia etnica non si sarebbe di certo proposto come un partito con cui collaborare nel lungo periodo.
In molti hanno sottolineato delle analogie tra Adolf Hitler e Vladimir Putin e sebbene sia vero in linea di principio che entrambi hanno agito per rivendicare l’orgoglio di un paese che aveva subìto delle brucianti umiliazioni è pur sempre vero che i contesti di riferimento nei quali ha agito il Führer e nel quale agisce oggi il Presidente della Federazione russa sono diversi.
Sì, è senz’altro vero come ribadito in altre occasioni che la Russia non è un esempio per tutti coloro che credono nelle più autentiche manifestazioni del pensiero liberale ed è altrettanto vero che gli scenari geopolitici nei quali agisce il Cremlino sono tipici di una superpotenza che rivendica un proprio ruolo ma dimenticare appunto le caratteristiche intrinseche del mondo multipolare che descrisse Samuel P. Hungtinton significa tentare di spiegare la realtà rifiutando l’oggettività di cui avremmo bisogno.
Riconosciuto quindi che non è possibile spiegare le dinamiche geopolitiche che ci vedono impegnati contro la Federazione russa vale perciò la pena chiedersi in quali modi dovremmo agire contro un paese che riteniamo ostile.
In altre parole, ammettendo che sia vero che la Federazione russa è una realtà contro la quale è inevitabile confrontarsi dobbiamo seriamente valutare la necessità di impegnarci in un conflitto contro appunto Mosca?
In linea di principio, si ammette a tal proposito che appunto la deterrenza possa servire come argine proprio per evitare uno scontro ma se è vero che negli anni ’30 fu un errore evitare di organizzarsi contro la Germania, la corsa agli armamenti che vide coinvolte le potenze europee a cavallo tra i secoli XIX e XX fu una delle principali motivazioni dello scoppio della Grande guerra.
L’incapacità infatti delle potenze che si confrontarono durante la Prima guerra mondiale di trovare una mediazione e la crescente tensione che fu incoraggiata tra le stesse proprio a causa del confronto muscolare tra chi avesse una maggiore propensione ad investire in armi sempre più sofisticate trascinarono infatti l’Europa e il mondo in un conflitto al quale nessuno sembrava essere preparato.
L’eccitazione bellicista di chi anche oggi rivendica la necessità di armarsi credo che dovrebbe perciò tenere conto di ambo le situazioni di cui sopra poiché solo così facendo potremmo evitare di sprofondare sia in un baratro che in quello successivo.
Certo, si potrebbe obiettare che la deterrenza nucleare abbia evitato un conflitto aperto tra le principali potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale e che tutt’ora essa eviti un’escalation di proporzioni apocalittiche ma anche nelle occasioni in cui si ricorda quanto in effetti la deterrenza nucleare sia stata importante per assicurare in alcuni contesti la pace non bisogna dimenticare che dagli anni ’50 ad oggi la tensione tra le potenze egemoni sul piano internazionale ha comunque trovato occasione per nuocere alla stabilità di numerose comunità in contesti del pianeta che spesso ricordiamo con troppa superficialità.
Se in buona sostanza ricordassimo che la storia non è una scienza esatta dal momento che pur essendo l’indagine storica fondata su regole precise non si possono formulare grazie alla stessa leggi universali e presumibilmente immutabili forse riusciremmo a interpretare con maggiore lucidità il nostro presente.
Non diversamente, se accettassimo che il passato vive grazie alla nostra capacità di interrogarlo con oggettività, allora, forse, potremmo davvero fare a meno della retorica e riconoscere il nostro ruolo nel tempo.
Non è senza dubbio facile rispondere alla domanda dalla quale ha avuto inizio la riflessione in oggetto ma proprio perché credo fondamentale confermare l’importanza di uno studio della realtà scevro da condizionamenti ideologici penso senza timore alcuno che prima di tutto, di fronte al pericolo o a qualcosa che riteniamo tale sia opportuno domandarsi cosa si intenda fare.
In altre parole, di fronte alla presunta necessità di armarsi per garantire la pace bisogna domandarsi non già se sia vero ma ancora prima cosa siamo disposti a fare noi per primi delle armi.
Come già dichiarato in altre sedi, per difendere ciò in cui si crede occorre prima di tutto prendersi cura di una coerenza che spesso e volentieri si dimentica; di conseguenza, di fronte appunto alla sempre più dichiarata urgenza di armarsi credo sia prima di tutto preteribile domandarsi se l’Europa voglia essere ciò che dichiara di essere o se preferisca piuttosto rivelarsi nei fatti un grande “supermercato” per chi con le armi è pronto piuttosto a resuscitare l’economia del proprio paese.
Anche in questa occasione si potrebbe senza dubbio ribadire che il mercato delle armi è un’importante volano per l’economia di molte nazioni (tra cui l’Italia) e che da sempre ciò che gravita intorno all’industria bellica abbia contribuito allo sviluppo di tecnologie le cui caratteristiche preminenti sono state importanti in tempi di pace ma anche nelle occasioni in cui si potrebbe ribadire quanto appena ricordato bisognerebbe appunto interrogarsi con sincerità sul proprio ruolo nel tempo, appunto, e sulla reale opportunità di continuare a premiare l’industria bellica proprio in un secolo nel quale ci impegniamo troppo spesso a ricordare quanto siamo migliori rispetto ai nostri antenati…
Se sia o meno possibile rinunciare ad ogni forma di manifestazione bellicista non lo so così come non posso sapere se un giorno riusciremo mai a esprimere le opportunità del conflitto in dimensioni meno violente ma più costruttive ma sono tuttavia abbastanza certo della necessità impellente di tornare a considerare il valore della riflessione affinché possa vincersi quell’istinto nefasto che sovente, nella storia, ha permesso ai pochi di riempirsi le tasche a scapito dei molti.
In conclusione, pur riconoscendo che avrei dovuto senza dubbio prestare maggiore attenzione affinché fossero più chiare le intenzioni di denunciare tra le pagine del mio ultimo romanzo quanto possa essere pericoloso prestare il fianco alle proprie peggiori inclinazioni belliche, devo riconoscere con non poca amarezza il fatto che siano stati in pochi a cogliere le evidenti analogie tra il mondo che ho inventato e il nostro.
All’inizio de Il confine invisibile si discute non poco della necessità in effetti di armarsi contro la presunta possibilità che gli Invincibili possano agire contro le ambizioni dei protagonisti, gli Illuminati, di riunirsi finalmente sotto un’unica bandiera.
A sostenere le ragioni del riarmo sono Edoardo, il fratello del re Jace e i principi i quali, nonostante i dubbi e appunto le ragioni del padre, presto devono ricredersi di fronte alla direzione che segue la storia.
Il vortice nel quale Egan, sua sorella e non solo la loro famiglia ma l’intera realtà in cui vivono precipitano è un vortice improvviso, brusco le cui caratteristiche, nonostante i tanto cari “se” in realtà nessuno avrebbe potuto davvero prevedere.
Sì, con il senno di poi, appunto, sembrerebbe inevitabile ammettere poco prima di arrivare a metà del romanzo che forse, Edoardo aveva avuto ragione ma prima di dimenticare che gli Illuminati chiamano “giustizia” ciò che in cuor loro è una vendetta estremamente proficua vorrei tornare a suggerire di non trascurare il valore di una parola che Matilde, la sorella di Egan, sceglie di usare in chiusura per descrivere in una lettera destinata alla madre ciò che crede abbia affrontato il suo popolo: “negazione” .
Il romanzo, il cui titolo avevo inizialmente pensato che dovesse essere non a caso Negazione, può in effetti essere spiegato in molte parti anche proprio grazie alla predominanza che ha la volontà di negare la verità o ciò che può essere presumibile quando subiamo una perdita o dobbiamo giustificare una scelta molto difficile da giustificare.
La negazione, la quale ricordo essere la prima fase di un lutto, spiega perciò la decisione dei protagonisti di negare il lutto che vivono (la perdita del re, Jace) e di tutti quei valori che li avevano al contrario ispirati a professarsi ragionevoli.
La negazione evidente della ragione, la scelta del conflitto e, naturalmente, la negazione appunto di una verità possibile che contraddirebbe la spinta che hanno scelto è in definitiva la motivazione che descrive il loro primo passo verso un confine invisibile, verso l’incertezza le cui caratteristiche possono essere affrontate solo bandendo il dubbio, (proprio come guarda caso facciamo noi da qualche tempo a questa parte)…
