Politica Interna & Affari Esteri

Perché non posso ritenermi sereno

Written by Nicola De Vita

Nella serata di venerdì 15 ottobre sono stato testimone di un fatto che mi ha profondamente ferito.

Un uomo che ha lavorato nella scuola pubblica come docente e dirigente mi ha bloccato su Facebook perché ha ritenuto che i miei pensieri fossero un tentativo di difendere “dei cretini” per sentirmi superiore a chi i “cretini” li denuncia.

Nello specifico, i “cretini” sarebbero tutti coloro che hanno espresso un dubbio negli ultimi sei mesi.

Certo, chi sono io per impedire ad una persona di bloccarmi su Facebook? Nessuno. Io sono nessuno (Nessuno), lo ammetto e lo riconosco. Sono forse un debole? Sono forse un riflesso di quell’umiltà che il presente ha disprezzato? Non lo so. L’unica cosa che so è che non conosco i presupposti per cui un essere umano possa rivendicare per sé il diritto di stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato in termini assoluti.

Io non ho mai invitato qualcuno a non aderire alla campagna di vaccinazione contro Sars-Cov-19. Mai. Non ho mai condiviso post che riportassero opinioni non verificate. Mai. Non ho mai scritto per luoghi comuni. Mai.

Dopotutto, “scripta manent”.

Ho posto solo tante domande. Ho posto domande sul perché numerose persone che avevano diritto ad un’esenzione non hanno ricevuto risposte. Ho posto domande circa le contraddizioni legali ed etiche di una serie di “soluzioni” pseudo scientifiche che credo possano avere pochi effetti benefici sulla salute (mentale) delle persone.

Ho denunciato la perdita di valori democratici che si annida in chi nega il confronto a priori, ho criticato duramente la boriosità di chi si nasconde dietro l’ideologia, ho preteso che la scienza non si arroccasse dietro la fede, ho condannato la violenza in ogni forma e condiviso l’allarme del Comitato PSI ma alla fine, alla lunga lista di persone che mi hanno bloccato si è aggiunto anche un uomo della scuola, (anzi della “squola”).

Ha avuto paura? Forse. Chissà…

Ciononostante, non ho potuto però fare a meno di chiedermi una cosa: quale evento dobbiamo aspettarci prima di capire i pericoli che sta correndo la nostra democrazia?

Io non ho mai bloccato nessuno e non ho mai impedito a qualcuno di commentare ciò che scrivo perché credo che chiunque abbia il diritto di esprimere con educazione la propria opinione. Chi sono io, dopotutto, per disprezzare chi non ha magari la stessa proprietà di linguaggio o la stessa curiosità di chi ha avuto la fortuna di studiare? Chi sono io, dopotutto, per pretendere di essere migliore di qualcun altro? Io nessuno. Io sono Nessuno! E Polifemo, con tutto il dovuto rispetto, può aspettare nella sua grotta…

Chi rifiuta un confronto serio e poi si ingozza di discorsi sulla democrazia dovrebbe avere la coerenza di proclamarsi nostalgico. Del Ventennio o del PCUS. Non mi importa. Non mi importa.

Ma procediamo con ordine…

Perché non posso ritenermi felice? Perché, innanzitutto, non mi piace la retorica.

Quando la campagna vaccinale contro Sars-Cov-19 ha avuto inizio al dibattito scientifico è presto subentrata una narrazione che speravo fosse finita con il Governo “giallo-rosso”: una narrazione fondata sul pressapochismo buonista.

In altre parole, una narrazione retorica.

Questione di forma, dirà qualcuno, ma la forma è sostanza e lo insegna la storia.

Detesto la retorica da sempre perché è parte di un problema, un problema che non si vuole affrontare. Nello specifico, ho detestato la retorica perché ho visto la scienza negare il suo scopo e la sua identità sull’altare dello scientismo.

Qualche esempio? Si pensi al “balletto isterico” compiuto intorno ai lotti di Astrazeneca: inizialmente non potevano essere somministrati ai minori di 18 anni, poi sì. Quindi, è morta Camilla Canepa e all’improvviso Astrazeneca non è più andata bene.

Si, “la scienza può commettere errori”, dicono…ma dimenticano che la scienza ha il dovere di ridurre il margine di rischio.

Per mesi, si è affermato che il vaccino avrebbe bloccato la trasmissione dell’infezione, senza invece spiegare che le percentuali di efficacia citate si riferivano alla capacità di bloccare il passaggio dall’infezione alla malattia grave. Una spiegazione più corretta non avrebbe forse reso più semplice alla popolazione comprendere le ragioni per cui anche le persone vaccinate non possono considerarsi esenti da eventuali misure di prevenzione?

Medesimo ragionamento si può fare sulla mancanza di informazioni corrette e complete sui possibili effetti collaterali dei vaccini; la decisione di ignorarli, o di sottovalutarli, si è scontrata con l’esperienza di migliaia di persone e inevitabilmente il clima di sfiducia nei confronti delle Istituzioni è aumentato.

Come testimoniano numerose ricerche, metà, se non di più, di coloro che ad oggi non si sono sottoposti alla vaccinazione non sono ideologicamente contrari ai vaccini, ma hanno semplicemente paura e/o vorrebbero spiegazioni più precise e meno confuse.

In Italia, sul fronte degli indennizzi in caso di effetti collaterali a causa di vaccinazioni non si è mai fatta l’opportuna chiarezza normativa necessaria. La legge n.120 del 25 febbraio 1992, stabilisce i termini per gli indennizzi solo in caso di vaccinazione obbligatoria ma non menziona casi diversi.

Negli anni, la Corte costituzionale si è espressa sull’argomento in più di una sentenza affinché il legislatore correggesse la norma appena citata ma non è mai accaduto.

Come conseguenza del mancato intervento da parte del legislatore, attualmente lo Stato non è quindi tenuto ad indennizzare gli eventuali effetti collaterali in seguito alla vaccinazione anti Covid-19.

Perché, dunque, prima di iniziare la campagna vaccinale, non è stata corretta la legge n.120? Perché lo Stato non si è assunto la responsabilità per eventuali effetti collaterali?

Devo andare avanti? Devo introdurre il tema del conflitto di interessi da parte dei medici che partecipano alle trasmissioni televisive?

Certo. Perché viviamo in democrazia. Punto. E in democrazia sarebbe corretto sapere se un medico che consiglia un vaccino abbia o meno rapporti di lavoro con le aziende che producono i vaccini: trasparenza e correttezza non sono, dopotutto, teorie complottiste ma elementi fondamentali di una società democratica.

Abbiamo demonizzato chi ha scelto di non vaccinarsi e lo abbiamo guardato come ad un “irresponsabile”; tuttavia, abbiamo dimenticato quanto pericoloso sia stato non essere trasparenti e fondare di conseguenza un’intera campagna vaccinale sulla bontà di un trattamento che doveva essere accettato senza discussioni perché della “scienza ci si deve fidare” …

Ma la scienza non è fede. La scienza è ragione e analisi. Nei confronti della scienza, il cittadino non deve provare “fiducia”. Nei confronti della scienza, il cittadino deve riporre delle aspettative.

Una nuova questione di forme? Sì, ma chissenefrega.

Nella scelta legittima di non vaccinarsi io non ho quindi mai visto un atto di egoismo. Ma piuttosto un atto di insicurezza o prudenza che non merita il biasimo di nessuno.

Certo, le notizie false possono scombinare le carte e creare falsi allarmismi ma la comunicazione istituzionale che non si fonda sui dati e che pretende (nonostante le reazioni avverse) di proporre il vaccino senza le opportune spiegazioni non genera maggiore diffidenza, come abbiamo visto?

E cosa dire di chi invece il vaccino non può farlo? (o non avrebbe dovuto farlo)?

Perché il Governo, prima di iniziare la campagna, non ha invitato i cittadini a fare delle analisi preventive per sapere se corressero o meno il rischio di incorrere in reazioni avverse?

E perché il Governo non ha chiarito quali fossero i casi di esenzione ma ha alimentato il disagio tra i medici di famiglia?

Numerose persone afflitte, se così si può scrivere, da allergie e mutazioni genetiche come il quinto fattore di Leiden, si sono poste delle domande e prima di vaccinarsi hanno interrogato il proprio medico e ricevuto risposte contradditorie. Di fronte alla possibilità di incorrere in casi tromboembolia sono stati quindi messi di fronte ad una scelta rischiosa e non hanno ricevuto chiarimenti esaustivi.

Certo, si dirà nuovamente che “la scienza non è perfetta” ma vale la pena, per un giovane, correre un rischio quando il tasso di mortalità per Covid-19 si riduce nelle fasce più giovani, appunto?

E cosa dire di chi, in età adulta, ha scelto di non vaccinarsi? Ha contraddetto una norma di diritto positivo? Chi può giudicare le motivazioni che nel suo intimo lo hanno indotto a scegliere di non vaccinarsi? Le motivazioni possono essere molteplici ed è proprio per questa ragione che non dovrebbe essere facile liquidare una decisione altrui con metri di valutazione propri e spesso inadeguati.

Le questioni da valutare prima di esprimere conclusioni affrettate sono pertanto numerose. E non si esauriscono con il tema delle esenzioni…

Come giudicare, infatti, il caso degli abitanti di San Marino? Perché a loro lo Stato italiano ha negato il “lascia passare verde” dopo aver ricevuto il vaccino di fabbricazione russa Sputnik?

E se è vero, come ha dimostrato Israele che bisognerà procedere con più di tre dosi, significa che il Covid-19 è destinato a non finire? E lo stato di emergenza si trasformerà quindi in stato di eccezione?

Credo che i cittadini debbano sapere.

Soprattutto perché continuare a spiegare la campagna vaccinale come una “guerra” tra vaccinati e non vaccinati è sbagliato. Come abbiamo visto, appunto, chi ha scelto di non vaccinarsi non deve essere criminalizzato ma deve essere incoraggiato con una campagna comunicativa più chiara.

Chi si è vaccinato è davvero così altruista come vorrebbero farci credere? Siamo veramente sicuri che all’improvviso gli italiani si siano trasformati in paladini dei diritti civili? O forse, tra loro, c’è ancora chi ha semplicemente paura? (Giustamente!).

Si dice che “solo vaccinando l’intera popolazione italiana si debellerà il virus e si impedirà allo stesso di circolare” ma si dimentica quanto superficiale sia una conclusione che ignora la mutevolezza di un virus molto diverso dalla Poliomielite.

Vaccinare l’intera popolazione italiana non è assolutamente possibile: chi si assumerebbe, infatti, la responsabilità di condannare chi non può ricevere questo vaccino in nome di una teoria scientista?

Ad oggi, credo nessuno.

A prescindere da ciò, l’insostenibilità di un sistema nel quale dieci nazioni hanno acquistato il 75% delle dosi di vaccino disponibili a livello mondiale, espone il c.d. “terzo” e “quarto” mondo al rischio di nuove epidemie.

Cosa significa? In parole povere, significa che il virus non solo continuerà a diffondersi ma muterà e reagirà, come ha già fatto, ai vaccini che le nazioni più ricche del pianeta hanno acquistato.

Il rischio è quindi chiaro: potremo anche (per assurdo) vaccinarci tutti e liberarci “chirurgicamente” di chi meritava un’esenzione ma, se dovesse arrivare una nuova variante contro la quale i vaccini non saranno più efficaci, tutto ricomincerebbe da capo…

Suvvia, il mondo non si può continuare a spiegare come se fosse il teatro di una lotta tra forze contrapposte!

Le generalizzazioni fanno male. Molto male. Ecco perché ritengo sbagliate ogni forma di discriminazione e abuso (soprattutto quando lo Stato non ha il coraggio di assumersi la responsabilità di una campagna comunicativa trasparente e di un’eventuale conseguenza negativa a causa dei vaccini).

Come spero si sia capito, non ho scritto nulla che potesse mettere in discussione l’efficacia del vaccino contro Sars-Cov-19. Ho semplicemente espresso dei dubbi a mio avviso legittimi in conflitto con un’opinione prevalente fondata sul luogo comune e che non accetta critiche.

 

Scritto tutto ciò, veniamo al “lascia passare verde”.

Chiariamoci subito: il “lascia passare verde” è un obbrobrio giuridico ed etico; uno sgorbio scientista “pensato” per dividere le persone e accarezzare le peggiori emozioni delle stesse.

Parole dure. Lo so. Ma necessarie.

Tutto ha avuto inizio l’11 luglio 2021. Quel giorno, la nazionale di calcio è infatti tornata a Roma dopo la vittoria dell’Europeo ed è stata accolta dalle Istituzioni e dal popolo italiano con un “trionfo” degno dei fasti dell’antica Roma…

Nulla di strano, certo. Peccato però che il giorno successivo il prefetto della Capitale abbia dichiarato di non aver autorizzato quell’imponente manifestazione.

Ripeto: la nazionale di calcio torna a Roma, sfila tra le vie della città senza nessuna preoccupazione degli assembramenti e il giorno successivo il prefetto dichiara di non aver autorizzato niente.

Naturalmente, lo scaricabarile che è iniziato si è perso e confuso tra le nebbie e la gioia per la vittoria del titolo europeo ha fatto dimenticare presto la vergogna per un episodio in cui lo Stato ha fallito miseramente.

Ricordarlo (anche in questa sede) credo sia doveroso perché lo stesso Stato che quel giorno fallì impose il “lascia passare verde” due settimane dopo. Impose cioè una misura fortemente divisiva e discriminatoria nonostante i propri fallimenti.

Nello specifico, il “lascia passare verde” è uno strumento che attesta l’avvenuta vaccinazione contro Sars-Cov-19, l’esito negativo di un tampone e l’avvenuta guarigione dalla malattia.

Il “lascia passare verde” riconosciuto in caso di vaccinazione ha una validità di dodici mesi, il “lascia passare verde” riconosciuto in caso di esito negativo di un tampone ha una validità di 48 ore e il “lascia passare verde” riconosciuto in seguito a guarigione ha una validità di 6 mesi.

Ora, considerato quanto appena spiegato, è opportuno ricordare che il “lascia passare verde”, attualmente, non solo consente di accedere ai ristoranti, ai locali, ai cinema e ai teatri ma consente inoltre di accedere suoi luoghi di lavoro.

Dal 15 ottobre, infatti, per poter accedere sul luogo di lavoro è necessario mostrare il proprio lascia passare affinché, in linea di principio, non si creino situazioni di disagio…

Ma è davvero così?

Sottoporsi ad un tampone ogni 48 ore è un’operazione invasiva e profondamente lesiva. Chi, quindi, ha scelto di vaccinarsi gode di maggiori benefici sulla base di una scelta e chi invece ha scelto di non farsi vaccinare “paga” le conseguenze di una scelta, legittima. Paga cioè le conseguenze di (non) aver scelto di fare un’operazione che poteva scegliere di non fare.

Si dice spesso di vaccinarsi per evitare difficoltà pratiche e si dice spesso che chi ha scelto di vaccinarsi debba “ricevere un premio” per aver scelto di “correre un rischio” ma basta questa conclusione così affrettata (e divisiva) per accentuare le divisioni in seno alla popolazione?

Ricordando che i maggiori benefici della vaccinazione sono quelli che evitano un aggravamento dell’infezione e ricordando che spesso si è detto “vacciniamoci per non tornare in Lockdown”, eviterei di spiegare l’equazione vaccino=gesto solidale con la frequenza a cui siamo stati abituati.

Viviamo o non viviamo, dopotutto, in una società fondata sull’egoismo? Abbiamo per caso dimenticato quanto sia stato importante il beneficio individuale nella costruzione delle nostre vite?

Dunque, se scegliere di non vaccinarsi è stato un atto legittimo, perché realizzare un’effettiva forma di discriminazione tra vaccinati e non vaccinati?

Si creano davvero degli ambienti sicuri quando si possiede il “lascia passare verde”? Se così fosse, potrei capirne l’utilizzo in determinate situazioni ma, purtroppo, sono costretto ad evidenziare una serie di illogicità palesi che è bene ricordare.

Chi è vaccinato contro Sars-Cov-19 può contagiarsi e può contagiare. Sì, le probabilità di un contagio sono più basse tra persone vaccinate e non vaccinate ma per quanto?

Israele e Regno Unito sembrano dimostrare che la durata dei vaccini contro Sars-Cov-19 non duri molto (ricordiamo inoltre che Pfizer il 5 ottobre 2021 ha dichiarato che dopo 4 mesi la carica dei propri vaccini si riduce) …

Se, dunque, la durata della copertura vaccinale non supera i 4/5 mesi, perché il “lascia passare verde” rilasciato in caso di vaccinazione dura 12 mesi?

E perché, nonostante tutto, suoi luoghi di lavoro sono ancora valide le misure di contenimento? (Nonostante, ricordiamo, il “lascia passare verde”?)

Forse i vaccini, dunque, non bastano.

Perché, se non bastano, ricorrere pertanto ad una misura profondamente coercitiva della volontà del singolo?

Perché uno Stato democratico deve ergersi a ruolo di padre-padrone per “convincere” i propri “sudditi” a fare qualcosa? Non sarebbe stato meglio, come già scritto, attuare una campagna comunicativa più trasparente? Non sarebbe stato meglio, come già scritto, essere coerenti?

Si dice che “le persone sono stupide” ma cosa (e chi) stabilisce chi è stupido e chi è intelligente?

Sì, il tasso di analfabetismo funzionale è criticamente elevato ma questo dato non potrebbe essere letto al contrario? Non potrebbe essere letto come un fattore che ha profondamente determinato le scelte di chi invece ha accettato aprioristicamente delle informazioni incomplete e/o errate?

Un esempio: la sentenza della CEDU del 24 agosto 2021. Di cosa si tratta?

Di una sentenza emessa a seguito di un ricorso da parte di 600 vigili del fuoco francesi che hanno denunciato l’illegittimità del “lascia passare verde” per poter accedere suoi luoghi di lavoro.

Nello specifico, la sentenza in questione non ha messo la CEDU nella condizione di chi si esprime nel merito della compatibilità tra l’obbligo vaccinale e l’ordinamento costituzionale di riferimento.

Secondo la disciplina che regola il funzionamento della Corte (art. 39 del Regolamento), il provvedimento cautelare invocato dai vigili francesi può essere adottato, infatti, in via urgente e provvisoria, solo nel caso in cui i diritti segnalati dal ricorrente (i vigili del fuoco) siano sottoposti ad un rischio reale e imminente di un danno irreparabile. Dal momento però che il modello francese ha contemplato la possibilità di non sottoporsi a vaccinazione, la Corte ha ritenuto che il margine di discrezionalità in questione facesse automaticamente decadere l’irrinunciabile condizione evidenziata.

In altre parole: dal momento che lo Stato (francese) non ha obbligato i propri cittadini a fare il vaccino, si può tranquillamente fare un tampone.

Non esistendo, quindi, dei rischi reali ed imminenti di un danno irreparabile, la CEDU ha perciò “ripassato la palla” al singolo governo.

Ora, la CEDU non si è espressa sul merito dell’obbligatorietà del vaccino (come abbiamo potuto constatare) ma ciononostante le principali testate italiane si sono affrettate a scrivere che la CEDU si fosse espressa a favore dell’obbligo vaccinale.

Analfabetismo funzionale o colpa? Chi può dirlo. In ogni caso, il danno è stato certamente enorme perché tra le reali opinioni della CEDU e un presunto avallo dell’obbligatorietà vaccinale “vive e respira” un oceano. Non uno stagno.

Un caso isolato? Forse. Ma che caso! Basta come prova per dimostrare la superficialità e l’inettitudine dei principali mezzi di informazione? No, ma nessun giornale si è affrettato a rettificare quelle dichiarazioni mendaci che hanno contraddetto la verità.

Ma cosa, concretamente, vìola il “lascia passare verde”?

La questione credo debba essere affrontata partendo dall’articolo 32 della Costituzione:

 “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Innanzitutto, il comma 1 dell’art. 32 appena menzionato smentisce in modo definitivo (e credo senza appello) tutti coloro che hanno affermato che chi non accetta di essere vaccinato e necessita di cure debba essere costretto a pagarsele di tasca sua.

Per quanto difficile possa essere da accettare dobbiamo, infatti, tenere conto del fatto che se riconoscessimo la possibilità di rifiutare le cure ad un cittadino per una determinata motivazione non solo tradiremmo i presupposti sui quali si fonda una comunità ma daremmo inizio ad un precedente pericoloso per il quale un domani anche un diabetico, ad esempio, potrebbe non essere assistito perché ha mangiato troppi gelati…

Il secondo comma dell’articolo 32 precisa invece che nessun cittadino può essere obbligato ad un trattamento sanitario se non per disposizione di legge e che la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Cosa significa? Significa che i trattamenti sanitari non possono essere obbligatori se non è previsto dalla legge e attualmente non esiste nessuna legge che comporti l’obbligo di vaccinarsi contro Sars-Cov-19!

In Italia, l’obbligo vaccinale è un tema di cui si è discusso molto già prima del 2020 e già dopo il decreto Lorenzin è emersa la necessità di rispettare un bilanciamento tra quei diritti riconducibili alla sfera dell’individuo e quei diritti propri invece della collettività.

Perché allora sarebbe importante non affrettarsi ad ergersi a giudici della morale pubblica? Perché non possiamo liquidare né i diritti del singolo né quelli del singolo all’interno di una comunità come se si trattasse di una partita di carte.

Infatti, già nel 2009 la Corte costituzionale ha censurato il legislatore quando si è voluto sostituire alla scienza medica, ponendo “l’accento sui limiti che alla discrezionalità legislativa pongono le acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione e sulle quali si fonda l’arte medica” (sentenza n.151 del 2009).

E quindi ragionevole credere che il legislatore, per non abusare del suo potere e non incorrere pertanto in una censura d’irragionevolezza debba affidarsi alle evidenze scientifiche come certificate dagli appositi organismi consultivi del Ministero della Sanità, a tal fine preposti come il Consiglio superiore di sanità e l’Istituto superiore di sanità? Certo. Ma possiamo ritenere attendibili (e vincolanti) dei pareri “flessibili”, privi di fondamento scientifico e adattati sulla base delle esigenze pratiche del momento? Credo di no.

Se è vero che i trattamenti sanitari obbligatori si giustificano fintantoché diretti “non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri” (C. cost. 307/1990, 2; 118/1996, 107/2013), cosa dobbiamo dire delle reazioni avverse segnalate? Poche, dicono, in misura al numero delle vaccinazioni avvenute, ma forse, prevedibili (se non si fosse abusato della retorica).

La questione è dunque la seguente: se fosse provato che la somministrazione massiccia di vaccini possa recare danni alla salute, il legislatore non potrebbe imporne l’obbligo giacché in tal caso preserverebbe solo la salute collettiva a scapito di quella del singolo.

E’ un rischio che si può affrontare? Soprattutto alla luce del costante aggiornamento dei bugiardini? (Ricordiamo che solo in data 9/07, ossia dopo cinque mesi dall’inizio della somministrazione di massa, l’Ema ha aggiornato il bugiardino e dichiarato tra i possibili rischi collaterali Pericarditi e Miocarditi).

Come abbiamo visto, è estremamente delicato imporre un obbligo vaccinale perché non è detto che lo stesso vaccino possa essere un beneficio per tutti.

Da questa osservazione consegue, in conclusione una nuova domanda: se non è possibile somministrare il vaccino a tutti, e quindi non è possibile imporre l’obbligo vaccinale, è possibile tollerare, di fatto, delle discriminazioni?

Certo, nessuno ci impone di andare al ristorante o di prendere il treno, possiamo scegliere tra un pasto al ristorante e un pasto a casa e un viaggio in automobile e un viaggio in treno ma il punto non è proprio questo? Possiamo scegliere…

Si dice che anche per guidare un’automobile serva la patente ma si dimentica che non è obbligatorio guidare e che lo Stato per tutelare chi appunto sceglie legittimamente di non guidare mette a disposizione dei cittadini i mezzi pubblici.

In questo esempio non vive probabilmente quello spirito di bilanciamento di cui tanto spesso si ignora il significato?

Nel pretendere che solo un vaccinato possa prendere un treno non si costringe, di fatto, chi non può o non vuole vaccinarsi a munirsi di un’automobile (in barba al mito della transizione ecologica)?

E chi invece un’automobile non può permettersela e non può vaccinarsi cosa farà?

Si farà comunque il vaccino? E se rischia una Pericardite? E se semplicemente non vuole perché ha diritto di non volerlo come abbiamo visto? Perché non può comunque prendere un treno indossando la mascherina?

Le domande sono numerose perché numerose sono le questioni da valutare.

Non a caso, la nostra Costituzione all’articolo 3 ci ricorda inoltre che:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

L’incontro, quindi, tra uguaglianza formale (comma 1) e uguaglianza sostanziale (comma 2) trova nell’art. 3 una sintesi ottimale.

Se da un lato, il principio di uguaglianza formale si traduce in un divieto per il legislatore ordinario di adottare trattamenti irragionevolmente differenziati tra i cittadini, il principio di uguaglianza sostanziale esprime un impegno che dovrebbero (e ribadisco dovrebbero) rispettare le istituzioni affinché si rimuovano “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Si, certo. “Fare il vaccino” è la scelta più semplice. Ma senza le opportune rassicurazioni, chi si sentirebbe di condannare chi non ha fiducia di uno Stato che non si assume la responsabilità di un eventuale effetto collaterale? (Ma ti “impone” comunque, una “strada”).

Si, certo. “Fare il vaccino” è gratuito ma i bilanci delle case farmaceutiche dicono il contrario…

Il vaccino ha avuto un costo. Come coloro che non si sono vaccinati e sono stati costretti ad essere ricoverati in terapia intensiva ma quanto avremmo potuto risparmiare, invece, se lo Stato avesse investito nelle cure domiciliari?

L’istituto Mario Negri nel suo ultimo studio (apri qui) ha valutato tramite un algoritmo l’abbattimento dei costi della sanità pubblica in seguito all’utilizzo delle cure precoci adottabili per contrastare la malattia Covid-19.

Lo studio in questione ha valutato i risultati in 108 pazienti consenzienti con i primi sintomi da Covid-19, completamente gestiti a casa dai loro medici di famiglia nel periodo gennaio 2021/maggio 2021 e in altri 108 pazienti di età, sesso, e pazienti abbinati a comorbidità a cui sono stati dati altri programmi terapeutici.

Solamente 1 paziente (0,9%) nella coorte “raccomandata” e 12 (11,1%) nella coorte “controllo” sono stati ricoverati in ospedale. L’algoritmo proposto ha ridotto dell’85%, la durata cumulativa delle degenze ospedaliere (da 141 a 19 giorni) e dei relativi costi (da € 60,316 a € 9,058).

Solo 9,8 pazienti dovevano essere trattati con l’algoritmo raccomandato per prevenire un evento di ospedalizzazione.

Il tasso di risoluzione dei sintomi principali era numericamente, ma non significativamente, più alto nella coorte “raccomandata” rispetto alla coorte “controllo” (97,2% contro 93,5%).

Con questo studio si è dimostrato quindi come le cure domiciliari precoci avrebbero potuto salvare vite umane e ridurre di conseguenza i costi a carico della collettività.

Con l’algoritmo utilizzato nel protocollo Cover2 dell’Istituto Mario Negri si sarebbero risparmiati perciò 1.36 miliardi di euro circa. Senza contare, naturalmente, il numero di vite umane che si sarebbero salvate…

Pagare i tamponi rapidi ai lavoratori non vaccinati per lavorare è stato stimato che costerebbe circa 1 miliardo di euro.

Se avessimo applicato i protocolli di cura precoce nazionali nei mesi passati, avremmo evitato migliaia di morti e costi per la collettività. Non lo si è fatto per scelta o per necessità? E perché?

Tirare fuori adesso l’argomento dei costi dei tamponi per la collettività ha dunque senso alla luce delle politiche di cura sbagliate adottate e difese dalle Istituzioni? Facciamoci bene i conti in tasca…

 

Anyway, il “lascia passare verde”, in linea teorica, dovrebbe fondarsi su dei presupposti scientifici ma, come ampiamente ammesso, la sua approvazione è stata il frutto di un compromesso politico.

Cosa c’è di scientifico, infatti, nello stabilire che ad un tavolo di un ristorante due persone sposate non possono stare insieme ma al bancone di un bar sì? Cosa c’è di scientifico, infatti, nello stabilire che il “lascia passare verde” non debba essere richiesto in metropolitana, nei treni a lunga percorrenza ma solo sui treni ad alta velocità?

Si è detto che “il lascia passare verde” è stato un compromesso per “tenere aperte le attività” ma ancora una volta non si è dimostrato in nessun modo questo assioma così vincolante.

Non avendo, infatti, lo stesso nessun fondamento scientifico, “il lascia passare verde” è stato perciò presentato come uno strumento di ricatto, un “compromesso”, appunto, privo di scopo.

I ristoranti, possono ritenersi sicuri solo ed esclusivamente perché chi non ha “il lascia passare verde” consuma all’aperto? Possiamo dire lo stesso dei negozi e delle industrie? Possiamo veramente farlo?

Davvero, possiamo continuare a credere alla favola per cui “solo” così non si tornerà in “Lockdown”?

Ma se i vaccini funzionano veramente e con esse le misure di protezione, quale danno possono arrecare coloro che non possiedono il “lascia passare verde”? Siamo davvero sicuri che non si tratti, come già sostenuto, di una misura capziosa ed esclusivamente pensata per “ricattare?”

Si dimostri la ragione scientifica del “lascia passare verde”. Non si mostrino dei dati scombinati e, raccolti senza cognizione del margine di errore probabilistico in cui ogni ricerca può incorrere.

Si mostrino le ragioni di partenza per cui si è ritenuto che il “lascia passare verde” potesse effettivamente creare ambienti sicuri e si dimostri che un non vaccinato può essere un danno per un vaccinato. Solo così, forse, potremmo accettare delle misure di interesse per la salute pubblica…

In ogni caso, nessuna emergenza può giustificare le numerose violazioni costituzionali denunciate e nessuna emergenza può giustificare una diatriba psico-sociologica che crea disparità e insofferenza tra diverse “fazioni”.

Lo scrivo perché credo che un vero “compromesso” non si fondi su una pretesa di parte ma sul confronto e sulla mediazione. Dopotutto, viviamo pur sempre in una democrazia, no? Dopotutto, viviamo pur sempre in uno Stato di diritto che tutela sia le maggioranze dalla dittatura delle minoranze sia le minoranze dalla dittatura delle maggioranze, no?

 

“Il lascia passare verde” è un tema che solleva numerose problematicità anche da un punto di vista etico (ci mancherebbe!).

L’accettazione passiva del “lascia passare verde” da parte di molti italiani è solo la parte di un problema. Anzi, è la manifestazione del problema.

L’atteggiamento culturale e sociale caratterizzato dalla prevalenza (muscolare) della scienza su tutti gli altri settori della vita sociale può essere infatti un pericolo (soprattutto quando, in realtà, la scienza si trincera dietro la fede e diventa scientismo).

La riduzione della razionalità a razionalità scientifica (pardon, scientista) non comporta necessariamente un accrescimento della conoscenza dei metodi scientifici e una crescita intellettuale dell’essere umano; a lungo andare, l’impoverimento culturale che degraderà tutte le altre forme di conoscenza spingerà ad innalzare sull’altare del quotidiano un nuovo “Dio”: un “Dio” per il quale bisognerà accettare tutto, senza discussioni e in nome di una presunta salute collettiva.

Chiacchiere? Non credo e il silenzio in merito alla denuncia del Comitato PSI lo ha dimostrato*.

Cosa possiamo ancora aspettarci, in un clima di scientismo dove lo Stato non è tenuto a giustificare la ragione empirica delle proprie decisioni?

Ma soprattutto: cosa possiamo ancora aspettarci, in un clima dove la tecnica ha ampiamente superato la velocità evolutiva dell’etica umana? Possiamo ancora continuare a credere che la scienza e la tecnica siano, solo, al nostro servizio? E possiamo ancora permetterci di ignorare il fatto che una fiducia incondizionata nella scienza e nella tecnica possa allontanarci dai reali presupposti per cui scienza e tecnica esistono?

 

Paolo Maddalena (Vicepresidente Emerito della Corte costituzionale) ha denunciato il “lascia passare verde” con le seguenti parole: “Come si nota, questa volta il governo è censurabile, non per eccesso di protezione della salute, come si è detto a proposito dei provvedimenti sinora adottati in materia, ma per difetto di tutela della salute. Tutto ciò a favore della libertà economica.

Emerge con chiarezza, che nella concezione neoliberista del governo Draghi, ha più valore l’economia che non la salute. (…). Non sfugge infatti che questa maggiore libertà concessa sarà pagata dal Popolo in termini di malattia e, dio non voglia, di decessi, con effetti estremamente pregiudizievoli anche sullo sviluppo economico.

Raccomando, come al solito, l’attuazione degli articoli 1, 2, 3, 4, 9, 11, 41, 42 e 43 della nostra Costituzione repubblicana e democratica.”

Ne emerge quindi un quadro dove, ancora una volta, lo Stato non rispetta il bilanciamento già tanto discusso tra diritti costituzionali. Ed emerge, inoltre, un quadro assai preoccupante circa le vere conseguenze che si stanno per aprire.

Se gli interessi economici prevalgono in un contesto dove tutto può passare in secondo ordine, cosa resta dell’essere umano? Esso non è più un cittadino, esso non è più un essere umano, appunto, ma solo ed esclusivamente un numero.

Uno strumento finalizzato alla produzione.

Il disagio psichico generato dal radicale sovvertimento degli stili di vita delle persone è ampio e assume contorni psicopatologici diversi, (ma sempre accomunati da drammaticità di esordio e gravità clinica).

Il ripristino di una comunicazione realmente pluralistica, dove le voci diverse da quello che appare un coro autorizzato (spesso anche molto differente da quello di cori autorizzati di altri paesi), potrebbe garantire la possibilità di poter confrontare diverse ipotesi, diverse visioni future e diversi sviluppi di vita possibili per fronteggiare scenari profetizzati come apocalittici ed inevitabili.

Attualmente, l’espressione di un’opinione non accettata dal mainstream non appare praticabile senza ritorsioni, minacce o pubbliche gogne mediatiche: una voce dissonante viene inevitabilmente etichettata come fake news o complottismo, immediatamente aggredita e processata non attraverso seri e più che leciti dibattiti ma con ostracismo radicale (a prescindere) dal sistema mediatico. Si tratta propriamente di una devianza comunicativa che sta raggiungendo livelli parossistici? Credo di sì perché così si nega ogni forma di dubbio o di pensiero alternativo, a costo della menzogna o della delegittimazione personale.

In un sistema democratico e garantito da una Costituzione, nessuno dovrebbe imporre come e dove attingere le informazioni, trattando di fatto il destinatario come un bambino ingenuo e non in grado di intendere e di discernere.

La risultante è un’informazione monocolore, la quale spinge sui pedali dell’uniformità di pensiero attraverso la paura e priva, di fatto, la cultura del suo senso poiché atrofizza la libera ricerca ed espressione di sé.

Perché ricordarlo? Perché in un contesto dove “l’emergenza può giustificare qualsiasi cosa” e dove il cittadino scade a numero, i rischi per ampliare le tensioni sociali sono, purtroppo, numerosi…

Se lo “stato di emergenza” può giustificare tutto, quali criteri devono definire l’emergenza? E se il Covid-19 non finirà perché dovremo fronteggiare nuove epidemie, normalizzeremo “lo stato di emergenza” e passeremo ad uno “stato di eccezione” permanente dove il cittadino/suddito deve essere tenuto ad arrendersi alla paura e alla contraddizione?

Il caso dei portuali triestini fa scuola: a prescindere dalla forma della protesta, chi può stabilire una ragione giusta e una ragione sbagliata per protestare? Se viene meno il confronto con dei lavoratori pacifici possiamo ancora discutere di rispetto del lavoro? Certo, si è detto che i portuali triestini abbiano impedito a terzi di lavorare ma lo sciopero, in verità, non è una manifestazione di dissenso pensata per creare disagio e attirare l’attenzione di una parte su un problema?

Uno Stato può, usare “due pesi e due misure”? Uno Stato può usare la forza contro dei manifestanti dopo aver permesso ad un pluripregiudicato di devastare la sede di un sindacato? Credo di no.

Ecco perché, il vero rischio che stiamo correndo riguarda tutti e riguarda il modo in cui intendiamo vivere la democrazia.

Se rinunciamo aprioristicamente al diritto di autodisciplinarci e se rinunciamo ai presupposti educativi che fondano una democrazia, possiamo aprire il futuro ad una società dove lo Stato può (arbitrariamente) decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato per i cittadini? Ma “gli esseri umani sono stupidi!” griderà qualcuno ignorando che non il progresso tecnico deve anche essere accompagnato dal progresso intellettuale…

Numeri. Dunque. E’ questo che preferiamo essere? Numeri profondamente avviliti? Numeri asserviti alle logiche di una produzione non più sostenibile? Numeri senza diritti, di fatto? Numeri senza facoltà di pensiero e di opinione perché costretti alla paura dell’isolamento?

 

Come abbiamo potuto (amaramente) constatare, il dibattito sorto intorno ai vaccini e al “lascia passare verde” si è trasformato in un confronto muscolare tra due tifoserie contrapposte incitate all’odio reciproco: da un lato la narrazione ufficiale gestita dal Governo e supportata (acriticamente) dai suoi apparati tecnico-scientifici; dall’altro il racconto che rimbalza dai numerosi siti che (spesso, ma non sempre) alimentano la disinformazione.

Non credo di essere l’unico a trovarsi fortemente a disagio di fronte a questa semplificazione nella quale ci viene intimato da ambedue le parti un solo ed inequivocabile messaggio: o sei con noi o sei contro di noi.

Resto convinto che esista uno spazio per una posizione che si attenga alle evidenze scientifiche (quelle vere) e che sia in grado, di conseguenza, di valorizzare un insieme di necessità oggettive.

Comprendo che non sia facile “non schierarsi” e comprendo che non sia facile mantenere un equilibrio tra differenti elementi ma è la ragione che ci impone di preservare il buon senso contro ogni forma di deriva pressapochista e tirannica in conflitto con quei valori che hanno costruito la nostra civiltà occidentale.

Perché, in conclusione, è difficile, (almeno per me) ritenermi sereno? Perché dal rifiuto del confronto non vedo prospettive incoraggianti ma solo abissi oscuri dove bloccare sui social (e nella vita reale) opinioni che non condividiamo diventa “normale”.

 

*(Il Comitato PSI è un comitato composto da 900 psicologi e psichiatri italiani, i quali hanno condiviso un comunicato estremamente allarmante sulle conseguenze psicologiche causate soprattutto da un clima di paura e di divisione).

About the author

Nicola De Vita

Classe 1994.
Autore de "L'alba di sangue".
La passione per l’innovazione e un'insaziabile curiosità mi spingono ogni giorno a lavorare per diversificare il mio profilo.
Cercatore insaziabile di novità, avido lettore, appassionato di storia, arte, cinema, musica, buona cucina e buon vino.
Credo fortemente nella capacità del singolo di migliorarsi attraverso il lavoro e l'impegno.

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