I miti fondativi e la storia, cantami, dea…

I poemi omerici, non diversamente dal racconto leggendario della fondazione di Roma, sono prima di tutto un mito fondativo.

Poemi come Iliade e Odissea sono infatti racconti che spiegano il “noi” e non è un caso che, a distanza di millenni, le storie di Achille, Agamennone, Odisseo, Penelope e Telemaco suscitino ancora interesse e dibattito.

Gli Stati Uniti d’America, tuttavia, non hanno un vero e proprio mito fondativo quanto alcuni miti particolari come la scoperta del Nuovo Mondo, il mito dei Padri fondatori, della Frontiera e più in generale, del Sogno Americano.

I miti di riferimento per gli Stati Uniti d’America sono quindi tanti, spesso in conflitto tra di loro e, non da ultimo, sovente ispirano più una parte del paese che il paese stesso nella sua unità.

Inoltre, i miti di riferimento per gli Stati Uniti d’America sono tutti miti recenti giacché sono nel 1776, gli Stati Uniti d’America nascono come paese.

In altre parole, ciò che descrive la coscienza di uno degli stati più importanti del mondo è un insieme di miti che propriamente non sono tali, in verità, ma storie ben documentate che non permettono né alla coscienza né tantomeno alla leggenda di avere un perché.

Il monumento, di conseguenza, negli Stati Uniti d’America sostituisce la leggenda orale e non da ultimo, vale la pena ricordare che proprio il monumento è diventato oggetto di polemica.

Negli ultimi anni, in effetti, molti sono gli storici che hanno smontato il racconto della fondazione mettendo a nudo le contraddizioni alla base dello stesso e sebbene non si possa, come è noto, pretendere di giudicare la storia servendoci di quegli stessi parametri di cui noi oggi ci serviamo per interpretare il nostro presente è certo che, pretendere di raccontare una storia, appunto, come se fosse un mito, comporta inevitabilmente un conflitto tra chi può identificarsi in una certa parte del racconto e chi no.

È dunque vero che quando un paese non ha un vero e proprio mito fondativo ogni crisi politica ha inevitabilmente i contorni di una crisi esistenziale?

Non è facile rispondere ma è certamente vero che comprendere bene la distinzione tra ciò che è mito e ciò che è storia e, ciò che si pretende diventi mito in età contemporanea, può senz’altro aiutarci a capire meglio il senso di patriottismo che ispira alcuni angoli degli Stati Uniti d‘America, le loro crisi interne e, in conclusione, l’ossessione per l’esportazione della loro storia (o dei loro miti) all’estero.

La frattura culturale, evidente, tra Stati Uniti d’America ed Europa è perciò una frattura capace di minare l’unità di ciò che è Occidente nel confronto con ciò che, al contrario, Occidente non è?

La discussione a proposito di ciò che è (o potrebbe essere) Occidente è una discussione complessa ed è qui opportuno ricordare che già dai tempi delle guerre Persiane, (e ancora prima delle guerre di Troia), Oriente e Occidente si osservano, si affrontano e infine, si incontrano.

Sulla base dei troppi malintesi generati dal loro confronto sono sovente emersi malintesi e, inevitabilmente, come ebbe scrivere Franco Cardini nel libro La deriva dell’Occidente, finanche troppi ismi ideologici.

Se quindi Oswald Spengler è stato smentito quanto teorizzò la fine, (anzi, il “tramonto”) dell’Occidente proprio dall’emergere della potenza a stelle e strisce dopo il secondo conflitto mondiale è forse questo il momento nel quale dovremmo tornare a discutere di miti fondativi e storia con serietà per evitare che egli assurga definitivamente a ruolo di Cassandra?

Con il conflitto in Ucraina, il concetto geopolitico di Occidente che vede Europa (occidentale) e Stati Uniti d’America impegnati per difendere la democrazia contro ciò che non è Occidente (o non lo è più, come nel caso della Russia) è ritornato in auge ma per quanto potremo continuare a credere che una mera alleanza strumentale basti per definire ciò che pretendiamo di essere?

In un tempo nel quale il profondo smarrimento dei singoli ha ripercussioni evidenti nella partecipazione alla vita pubblica e nel definirsi di autentici legami di amicizia e sentimentali avrebbe forse senso ritornare a interrogarci con più attenzione sul profondo “perché” delle cose?

E’ pericoloso approfondire i “perché” più intimi di ciò che ci circonda poiché inevitabilmente, l’approfondimento ci costringe a mettere in discussione ogni aspetto di ciò che è esterno e interno (a noi) ma a mio modesto parere credo che, per quanto sia appunto pericoloso impegnarsi a disvelare quello che tempo addietro definì “il senso nudo delle cose”, solo un impegno capace di rinunciare a ciò che sembra “comodo” può contribuire a restituire pienezza ai gesti e alle parole, in politica quanto nella vita di tutti i giorni.

A cosa ci porterà, in definitiva, l’ossessione per lo schema già definito (magari da un’Intelligenza Artificiale) tra qualche anno? Senza dubbio molto lontano da quel patrimonio di conoscenze grazie alle quali potremmo riflettere senza vergogna a proposito di ciò che può significare, (non per errore) “noi”.

Odisseo, ad esempio, nonostante tutti i suoi sbagli, non è forse l’esempio perfetto per quel leader che prescindendo dagli obiettivi tangibili deve altresì fare i conti con quella parte del viaggio che è destinata a cambiare il proprio “io”? E Romolo, non è forse un esempio perfetto per invitare chi ha particolari responsabilità a non dimenticarsi?

Certo, Romolo è quello che definì nel breve saggio Roma e i suoi re: una storia che non conosciamo “un bambino della storia”, un personaggio semi-leggendario che non avrebbe potuto attingere a un patrimonio di esempi importante quanto quello di cui disponiamo noi ma ciononostante, proprio perché noi, al contrario, possiamo osservare molto di più di quanto avrebbe potuto fare un uomo dell’ottavo secolo a.C., dobbiamo ricordare che il suo esempio, (ribadisco), semi-leggendario, rimane un esempio che merita una riflessione accurata su ciò che restiamo, nonostante tutto e su ciò che potremmo essere (malgrado) tutto.

Lo stesso mito fondativo di Roma fu oggetto di divisione se ricordiamo che nella scelta dei gemelli di collocarsi rispettivamente sul Palatino e sull’Aventino si osservarono le premesse dei conflitti sociali che segnarono la repubblica ma quei conflitti e, di riflesso, quel mito, se possono dopotutto sussurrare alle nostre orecchie qualcosa di più di un mero racconto da condividere in qualche aula all’università significa che forse dovremmo tornare ad interrogarci con molta più attenzione su ciò che potrebbe significare un impegno culturale al servizio della cosa pubblica.