A proposito di estetica, politica e scrittura…
Quando nel film L’impero colpisce ancora Luke Skywalker si reca su Dagobah per incontrare Yoda non può immaginare che quella bislacca creatura in cui accidentalmente si imbatte possa essere il grande maestro che cerca.
Di fronte al misterioso personaggio che abita le paludi del pianeta, Luke è infatti confuso e inevitabilmente i suoi pregiudizi lo ispirano subito a dubitare del fatto che possa nascondersi “un grande guerriero” dietro l’aspetto inoffensivo del maestro.
Credo quindi, non senza imbarazzo, che in qualche modo sia facile riconoscersi in Luke Skywalker e ritrovarsi di conseguenza a dubitare della possibilità che la virtù possa nascondersi dietro dettagli estetici in apparenza contradditori con ciò che cerchiamo.
A conferma di quanto appena scritto credo, in effetti, che sia opportuno in questa sede riflettere di conseguenza con accuratezza sulle modalità con le quali si è di recente discusso del tema della percezione in politica e, naturalmente, di come si sia discusso dell’attuale sindaco di Genova.
Silvia Salis gode in effetti di un vantaggio estetico percettivo e questo, in una società che, come abbiamo accennato, è fortemente basata sull’immagine è appunto un vantaggio determinante.
Certo, il cosiddetto “effetto alone” non è una novità ma dal momento che il nostro è un tempo nel quale si pretende di attribuire alla ragione dei meriti che spesso non si confermano credo sia più che opportuno interrogarsi sul perché giochi ancora un ruolo così importante nelle nostre scelte.
Proporci candidati e candidate che rispettano di fatto determinati standard estetici è perciò senza dubbio una verità che non merita di essere trascurata giacché indirettamente, per quanto paradossale, conferma altresì che la non conformità è stata resa invisibile.
In questa sede, si badi bene, nessuno ha qualcosa di specifico da osservare contro Silvia Salis ma il fatto che sia stata già indicata da qualcuno a sinistra come una possibile “anti-Meloni” dovrebbe di conseguenza invitarci a riflettere intanto sulle prospettive della sinistra, (la quale, in teoria, si è sovente impegnata nel combattere il tema dei pregiudizi estetici) e, in secondo luogo, sul fatto che le variabili estetiche non sono neutre ma prevaricanti sullo stesso contenuto il quale conta meno di zero se non è sostenuto appunto da evidenti variabili di percezione.
È senz’altro vero che la bellezza non è una colpa (questo spero sia assodato ed evidente) ma non riuscire a scegliere le persone e le cose senza tenere conto della complessità non è forse una sconfitta per una società che fino a poco tempo fa si vantava di essere riuscita in grandi imprese grazie in effetti alla ragione?
Una delle principali motivazioni per cui ho scelto di non impegnarmi più in politica è stata, non a caso, proprio l’ossessione della stessa per la forma e alla luce di quanto finora osservato ritengo opportuno confermare quanto sia importante per la scrittura in modo particolare (ri)conquistare uno spazio nel contesto di definizione della politica.
La scrittura è, per definizione, una delle più importanti forme di espressione dell’essere umano e, dal momento che è grazie alla scrittura che si è potuto conservare la memoria e quindi la storia ribadire in questo senso la necessità che questa rimanga libera da ogni tipologia di riduzionismo significa impegnarsi affinché si preservi una delle ultime forme di resistenza contro l’ossessione dei più per la semplificazione.
In altre parole, in un contesto nel quale termini come “Piano Mattei”, “Resilienza energetica”, “Intelligenza Artificiale” e, naturalmente, “Anti-Meloni” si rivelano essere a chi è attento termini privi di contenuto, termini distopici degni di un romanzo di George Orwell o, peggio, opportunità per i soliti noti e, quindi, una conferma del fatto che questa società non è una società capace di migliorare grazie a opportunità esogene, chi scrive dovrebbe impegnarsi per sfidare i cittadini affinché questi possano tornare ad accettare la sfida che comporta un impegno come la lettura e di conseguenza la riflessione.
Il fatto che il Ministero dell’Istruzione abbia bocciato lo studio di Manzoni per il biennio al liceo giudicando I promessi sposi un classico non più “contemporaneo” non dovrebbe perciò suggerirci di riflettere sul fatto che forse non sappiamo più approfondire qualcosa che al contrario si rivela essere comunque di estrema attualità?
Non insisterò in questa sede sul fatto che le modalità con le quali Alessandro Manzoni scrisse delle prevaricazioni del potere rimangono, appunto, attuali ma considerato altresì quanto poco la politica presti attenzione nei confronti degli scrittori, (i quali sono gli unici potenzialmente in grado di criticare il potere apertamente) credo di poter confermare in conclusione l’urgenza di evidenziare i rischi che corre una democrazia nella quale ancora, delegittimando in sostanza l’approfondimento, si sceglie ciò che è facile e, mutatis mutandis, quello che Yoda avrebbe chiamato “il lato oscuro”.
