The Immortal man: una recensione inevitabile e inevitabilmente personale
Io me la ricordo bene l’estate del 2022, l’estate nella quale io, la sera, rifiutavo di uscire per rimanere vicino a mio padre.
Di quei mesi ci sono aspetti che non si possono ancora raccontare ma di quelle serate estive infinite nelle quali ci inventavamo di tutto pur di non assecondare la malinconia credo che tre cose si possano in ogni caso già condividere: il conforto dopo una giornata nella quale mi ero impegnato in un lavoro diverso da quello per cui avevo studiato, le parole di mio padre che a volte insisteva a ripetere “Va tutto bene” e non da ultimo, la nostra migliore distrazione al crepuscolo, dopo cena, Peaky Blinders.
Non è un caso che la figlia di Lucio Fittipaldi, il protagonista di un libro che appunto dedicai a mio padre, proponga al genitore quando torna a casa alla fine del romanzo di vedere la serie appena citata e vorrei convincermi che non sia un caso che The Immortal man, l’epico finale dell’ultima serie tv che appunto vidi con mio padre, dedichi come approfondirò molte attenzioni al rapporto di Thomas Shelby con suo figlio.
Mio padre la guerra non l’aveva combattuta, era nato infatti undici anni dopo il 1945, giusto in tempo per fare qualcosa che la sua generazione non avrebbe potuto esimersi dal fare: costruire.
Malgrado ciò, malgrado cioè egli non avesse combattuto con un’arma in mano un nemico in carne ed ossa, solo dopo aver visto The Immortal man credo di aver capito perché guardasse a Thomas Shelby in maniera diversa rispetto a come potesse vederlo ad esempio un ragazzo come me.
Thomas Shelby è infatti un uomo che possiede tutto ciò che un uomo vorrebbe: status, lealtà, denaro, potere ed è per questo che chiunque ne rimane affascinato ma la barriera dirompente (e potente) dietro la quale Thomas Shelby si nasconde, nasconde altresì un desiderio che non si può realizzare, un desiderio al cui centro ci sono quelle certezze per cui tutti respirano: pace e felicità.
Mio padre, un uomo che aveva dovuto darsi da fare non poco per lasciarsi alle spalle le difficoltà in cui era cresciuto, aveva in effetti capito bene che Thomas Shelby non è un uomo da prendere come esempio e non già perché il leader dei Peaky Blinders sia un criminale ma perché egli è un sopravvissuto ed è una vittima della sua stessa ambizione.
È quindi evidente che fino a quando la vita procede in modo regolare, come per la maggior parte di chi non è in effetti costretto a fare i conti con la sensazione di essere un sopravvissuto, Thomas Shelby è il miglior esempio per tentare di convincere qualcuno a comprare i propri corsi per diventare “un uomo di successo” ma appena qualcosa cambia, per quanto naturalmente non si possa non provare un debole per il personaggio, si comincia a provare per lo stesso altresì compassione.
Prima ancora che il film inizi, la storia di Thomas Shelby aveva già raggiunto un punto che, per qualcuno, era una fine.
La sesta stagione terminava infatti nel peggiore dei modi raccontandoci un uomo distrutto e svuotato, un uomo che ormai non era già più ciò che avevamo conosciuto.
Sì, Thomas Shelby, alla fine della sesta stagione aveva perso definitivamente tutto e anche il suo stesso corpo sembrava averlo tradito con quella diagnosi di morte imminente che lo spinge ad un passo dal pensare un gesto estremo.
La rivelazione, subitanea, di essere stato ingannato a cosa lo costringe, però? Non a redimersi, ma a scegliere, forse per la prima volta, qualcosa di insolito per lui: la vita stessa.
La vita che sceglie, tuttavia, è una vita diversa: una vita appunto svuotata, quasi sospesa, che lo porta lontano da Birmingham, lontano dalla famiglia, lontano da tutto ciò che aveva costruito: in altre parole, è una vita che lo porta a vivere un vero e proprio esilio.
Quando quindi The Immortal man ha inizio noi non incontriamo colui che avevamo conosciuto all’inizio di ogni stagione, non incontriamo un uomo che di fatti ha compiuto un ulteriore passo avanti ma un uomo per il quale “non esiste né l’inferno né il paradiso”.
Il suo ritorno, in buona sostanza, non è il ritorno di un re disposto a riprendersi la corona perché ispirato da una qualche forma di ambizione quanto piuttosto il ritorno di un re che sceglie di provare a fare una cosa giusta per sé e, come in parte accennato, per suo figlio: un ragazzo sbandato ma pronto a suo modo a (ri)trovarsi.
Chiedersi a questo punto se The Immortal man sia più di un inevitabile ritorno per prepararsi a quella che, parafrasando Winston Churchill può essere “la fine di un nuovo inizio” credo sia evidente (e personalmente, auspicabile).
Non di meno, credo sia evidente (e altresì nuovamente auspicabile), notare altresì che scegliere di raccontare nel film l’operazione Bernhard, (l’operazione con la quale i tedeschi tentarono di destabilizzare l’economia britannica nel 1940 introducendo sul mercato sterline false) non è solo una scelta di stile quanto piuttosto una scelta con la quale ci si impegna a raccontare grazie a una metafora, (geniale), una realtà manipolabile e una storia che può essere riscritta, (anche proprio per amore di quello stesso figlio zingaro abbandonato a sé stesso per troppo tempo).
In conclusione, è chiaro gli stessi contorni a dir poco suggestivi nei quali si snoda la vicenda non possono non costringerci a pensare a tutti quegli archetipi shakesperiani che non a caso proprio William Shakespeare ereditò dalla tradizione tragica e seppe rendere eterni ed è è altrettanto chiaro che questo fatto, sebbene per qualcuno possa sembrare ripetitivo, abbia a sua volta un senso dal momento che, The Immortal man, oltre a descrivere quei topos che erano già eterni per coloro che sono condannati al confine tra paradiso e inferno prima di Thomas Shelby non è un film qualsiasi, né tantomeno un film a “metà” bensì un film che diversamente da altri, trova un senso compiuto e comprensibile nel divenire tra le generazioni…
