Il fascino riservato dell’ignavia- Profondità (Parte terza)

Le onde del mare si fecero forti, quasi senza nessun preavviso, e inghiottendo Francesco Rossi in un vortice oscuro e travolgente, lo trascinarono nell’occhio di una tempesta.

All’improvviso, l’oscurità divenne di conseguenza intensa e invadente ma non durò molto e dopo appena un istante lasciò infatti spazio ad una gigantesca conchiglia semi aperta la cui forma ricordava quella di un anziano sdentato e privo di vitalità.

“Mostro!” Tentò di gridare Francesco agitando le mani, ma dalla sua bocca uscirono esclusivamente bolle.

“Mostro!” Tentò di gridare una seconda volta provando a nuotare verso la superficie, “Mostro!”

Le fauci della creatura si spalancarono con voluttuosa intensità e le acque agitate dell’abisso travolsero il corpo inerme dello sciagurato nuotatore che chiuse gli occhi…

Un volo, un volo incredibile e letteralmente straordinario, lo condusse per mano lontano, in una stanza avvolta dalla nebbia e dal fumo dove vicino ad un camino sedeva Fulvia:

“Ti sei divertito?” Gli domandò guardandolo al di sopra di un paio di occhiali da vista.

“Ti sei divertito?” Insistette imperterrita

Gli occhiali le scivolarono sul naso e osservandoli con maggiore attenzione, Francesco notò subito che si trattava degli occhiali che indossava Libera per studiare.

“Ti sei divertito?” Chiese per la terza volta la fanciulla.

Il ragazzo tentò di sbiascicare una risposta ma dalla bocca non gli uscì altro che un rantolo privo di significato: guardò nuovamente gli occhiali di Libera, poi il corpo di Fulvia liberatosi come per incanto dai vestiti:

“Quando vuoi…”

Alle sue spalle un orso alto almeno due metri fece la sua bizzarra comparsa guidando una bicicletta con una sola ruota:

“Simpatico!” Cinguettò la ragazza battendosi le mani sulle ginocchia nude.

Avanzò verso di lui e a meno di un metro di distanza qualcosa lo fece scivolare dal mezzo e cadere sul pavimento, proprio davanti ai suoi occhi ricolmi di dubbio:

“Allora? Ti sei divertito?”

Riaprendo gli occhi, Francesco Rossi abbozzò un sorriso inquieto: cosa aveva detto Fulvia prima di lasciarlo andare?

Si strofinò gli occhi e guardò l’orologio: mancavano venti minuti alle 15.

Con un balzo sorprendente si alzò dal letto e corse all’armadio dove recuperò i vestiti che aveva indossato la sera precedente: sfiorò la camicia con le dita, il maglione, la giacca e ripudiò senza rimorsi l’idea di mangiare qualcosa.

In meno di due minuti terminò di cambiarsi e si ritrovò in cucina, dove poche ore prima aveva conversato con il coinquilino. Guardò verso la camera di Mario e poi l’orologio: avrebbe avuto tutto il tempo per bussare alla porta e avvisarlo della sua passeggiata ma non lo fece e fingendo così di avere fretta prese la chiavi e sparì all’esterno dell’appartamento.

Non appena l’ascensore toccò il piano terra, la frequenza cardiaca di Francesco Rossi si ritrovò a toccare un punto estremo.

Eccitato e spaventato allo stesso momento, spalancò le vecchie porte ingiallite che lo separavano da Roma e scese gli ultimi tre gradini di corsa; quindi, aprì il portone e corse sul marciapiede deserto.

Superò il trono del diavolo e camminò a testa bassa fino a quando i maestosi alberi lungo viale Etiopia non si inchinarono a lui:

Non lo saprà mai nessuno…”

Uno zingaro lo scrutò con sguardo truce e nello stesso momento in cui percepì di non essere più solo, vide un’anonima utilitaria di colore grigio fermarsi con le quattro frecce al lato dell’incrocio davanti a lui…

Nulla di quanto aveva lasciato in spiaggia a Sorrento era scomparso: il profumo intenso e un po’ selvaggio che aveva dato inizio alla vita di una donna che non avrebbe voluto perdere non era infatti sparito:

“Pensavo che non ti avrei mai più rivista…”

Fulvia lo guardò accomodarsi e sorridere come un bambino:

“Mi dispiace per tutto quello che è successo, Francesco…”

Il ragazzo inarcò le sopracciglia e respirò a pieni polmoni quell’aroma così forte e travolgente che aveva sempre nascosto in qualche antro dello spirito…

“E’ acqua passata…”

Si guardarono senza dire una parola e gli occhi di Fulvia trasmisero una sensazione complessa e piena, come una stella poco prima del mattino:

“Amici come prima allora?”

Francesco tremò: cosa avrebbe dovuto pretendere?

Il cuore, che non aveva smesso un solo istante di fare gli straordinari, gli fece male e quel dubbio insistente che aveva preso possesso del suo dubbio rise di lui senza rispetto:

“Certo!”

Le mani della ragazza si allontanarono dal volante e si avvicinarono al collo di Francesco come se non avessero mai avuto interesse per altro ma qualcosa, dietro il giovane studente di economia lo afferrò e lo invitò a ritirarsi:

“Francesco?” Domandò con ingenuità Fulvia, “Cosa fai?”

La mente del ragazzo vide, o forse immaginò, Libera fumare a piedi nudi sul suo divano come se il centro dell’universo non fosse troppo lontano…

“Non vuoi darmi un abbraccio?” Insistette Fulvia fingendo di essere triste come una bambina.

Guardò la ragazza esitare:

“Scusami e che…”

“Vieni qui…”

Le mani si alzarono, come se la sua mente non fosse più in quell’abitacolo e prima di potersene rendere conto si ritrovò travolto da un’ondata di sensazioni e ricordi…

La curiosità si fece meraviglia, la meraviglia si fece sgomento:

“A-amici come prima, Fulvia, va bene…”

Il viaggio verso Tivoli durò meno del previsto.

Il tempo, si deformò infatti come non era mai accaduto in passato e tra un cenno di intesa e una rivelazione sorprendente si ritrovarono a pochi chilometri da Villa Adriana quasi come se avessero usato un incantesimo.

Durante il tragitto fu inevitabile per entrambi sbottonarsi e confrontandosi liberamente fu ovviamente inevitabile per il ragazzo scoprire che il padre di Fulvia era deceduto pochi anni dopo il divorzio e che gli ultimi anni erano stati a dir poco complicati a causa di un terribile male che aveva provato la ragazza…

“Non deve essere stato facile…”

“Che tu ci creda o no ma tutto ciò che ho vissuto è stato necessario…”

Quando Fulvia fermò la macchina, si ritrovarono nel piazzale di un casolare immenso, davanti al quale, anzi, sotto il quale, Tivoli si diramava fiera.

“Che posto è questo?” Domandò Francesco scendendo dall’automobile.

“E’ casa mia, è casa di mio nonno ad essere sincera: ho pensato di fermarci qui per un caffè se ti va…”

Uno stormo attraversò il cielo è il suo volo remigante propose uno spettacolo ipnotico; il sole, ormai prossimo al crepuscolo si tinse di un colore sanguigno e acceso e il gelo riacquisì vigore:

“Coraggio Francesco!”

Il giovane studente di economia spostò l’attenzione dal cielo a Fulvia, ormai sull’uscio del casolare:

“Vieni!”

Intorno alla struttura, l’erba sembrava crescere incolta e senza rispetto:

“Arrivo…”

Chiuse la portiera delicatamente e si incamminò verso l’amica che attendeva:

“Qualcosa non va?” Gli domandò.

“No, è molto bello qui…” Si affrettò a precisare.

Fulvia sorrise con dolcezza e il riflesso del crepuscolo balenò nei suoi occhi di ghiaccio.

Il gelo della dimora si confuse al gelo del mondo e una folata di vento travolse con prudenza Francesco che esitando una seconda volta si incantò a guardare la ragazza entrare e accendere la luce del soggiorno:

“Francesco!”

Sbirciò all’interno, dove la luce aveva iniziato ad illuminare un consunto tavolo di legno e un vecchio mobile in stile provenzale:

“Il caffè lo prendi con o senza zucchero?”

Varcò la soglia dell’antico casolare e guardò immediatamente verso Fulvia che aveva appena terminato di preparare una vecchia moka napoletana:

“Vieni spesso qui?”

“Si…E’ un luogo importante per me…’” Gli rispose alzando le spalle.

“Capisco…”

La cucina proveniva quasi quanto l’intero mobilio della stanza da un’epoca in cui esistevano l’Unione Sovietica e le Brigate Rosse:

“La finestra è rotta?”

Fulvia guardò le persiane davanti a lei, oltre il fornello a gas:

“Sinceramente non lo so ma non la apro mai…”

Si guardarono con curiosità e Francesco, avanzando di pochi passi verso di lei, si rese conto che il tempo non aveva più un senso:

“Sai… Ho come l’impressione di essere tornato indietro agli anni ’70…”

“Magari è vero.” Le rispose senza emozioni l’amica, “Magari provi a prendere il tuo cellulare e non funziona più, magari adesso andiamo in soggiorno, accendiamo la Mivar e ascoltiamo un telegiornale che ci parla di Andreotti e Moro…”

Non sarebbe mai potuto accadere ma nei lunghi momenti che precedettero il caffè più buono che avesse mai bevuto, Francesco Rossi arrivò a convincersi che con Fulvia, in qualche modo, tutto poteva cambiare…

“Insomma mi dicevi di Libera…”

Francesco posò la tazzina sul tavolo e annuì:

“E’ molto brava solo che a volte…”

“A volte…”

“Vorrei fosse più presente.” Concluse amareggiato e controvoglia.

“Capisco.”

“Vorrei…mi vergogno un po’ a dirlo sai? Vorrei che occupasse quasi interamente il mio tempo…”

Fulvia accavallò le gambe e si fece avanti sulla sedia:

“Mi sembra di capire che Libera non sia una donna che puoi “creare” …”

“In che senso?” Domandò Francesco cercando di scrutare bene Fulvia dall’altro lato del tavolo.

“Nel senso che Libera, mi sembra di intuire, non è una ragazza che risponde a qualcosa di definito: lei vorrebbe che tu fossi più indipendente perché in una coppia, una coppia vera, funziona così…”

Francesco sfiorò la tazzina e guardò in basso: Fulvia aveva già guardato oltre. Come al solito.

“Non è una vergogna, Francesco, pretendere che la propria ragazza sia più decisa nel definire la propria vita…Ma tutto questo non può essere lasciato al caso…”

Il ragazzo alzò lo sguardo verso la sua interlocutrice: le labbra rosa ancora leggermente aperte, il viso pallido e immobile, le dita sottili e tese sembrarono nascondergli qualcosa, un segreto non casuale:

“E tu? Sei fidanzata?” Domandò rimescolando le carte della conversazione.

Fulvia sospirò: “No.”

“Ma non mi sento triste per questo…” Si affrettò a chiarire.

Francesco scorse un pizzico di disappunto, un malcelato senso di inquietudine e malessere.

“Ti andrebbe di conoscere una persona?” Gli domandò senza preavviso prendendo le tazze e alzandosi.

“Mio zio!” Chiarì prontamente, “Sarà a Roma questa sera…”

Francesco, fermo ancora ad un fugace sogno di amore che potesse sopperire all’insicurezza di Fulvia, annuì quasi senza pensarci:

“Non ho impegni…”

La mente si scostò bruscamente dall’ignavia di una pura emozione e affondò nuovamente in una viva immagine dedicata a Libera: “Vorrei solo che fossi diversa…”

Nei bagliori opachi dei momenti successivi, discesero parola dopo parola in profondità. Sempre più giù.

“Io amo Libera”, continuò a ripetersi Francesco, “Amo il suo corpo, il suo sorriso e la sua intelligenza…ma forse non mi basta più…”

Negli occhi di Fulvia si rivide spesso fragile, esausto: come un vecchio che si ostina a non essere tale e cerca ancora una speranza passeggera: “Io amo Libera ma…”

“Ma a volte è giusto affidarsi a qualcosa che può darci sicurezza…” Aveva detto Fulvia forse ripensando a qualcosa non c’entrava niente con Libera e i sentimenti…

Aveva ancora l’età giusta per sbagliare e forse aveva sbagliato. Forse, aveva ceduto ad una persona che non avrebbe mai potuto definirlo e completarlo. Forse, Fulvia, non aveva fatto ritorno casualmente…

(…)