Chi sono i veri nemici della libertà (individuale)?
Come sarebbe il mondo se all’improvviso cominciassimo tutti a dire la verità?
Gli avvocati divorzisti senza dubbio farebbero le uova d’oro e non diversamente saremmo chiamati a riscoprire in tempi brevissimi Nicolò Machiavelli, un autore le cui riflessioni ci aiuterebbero infatti a osservare finalmente la politica con lucidità e a rinunciare, di conseguenza, a ogni stucchevole forma di retorica.
Certo, non possiamo essere sicuri che rinunciare alla retorica possa incoraggiare concretamente la voglia delle persone di occuparsi della cosa pubblica con maggiore consapevolezza ma è senz’altro possibile che in un mondo nel quale tutti dicono la verità si comincerebbe a premiare il contenuto a scapito della forma.
Scrivo ciò che scrivo perché, nonostante in questa sede non si approfondirà nel dettaglio il pensiero del già citato autore fiorentino, credo che se cominciassimo a dirci la verità e a guardare alla realtà appunto senza condizionamenti ideologici di sorta scopriremmo due cose: innanzitutto che i nemici più temibili delle nostre libertà siamo noi stessi e in secondo luogo scopriremmo che dire la verità ci costringerebbe a fare i conti con la necessità di impegnarci di più, come singoli, per trovare un equilibrio tra ciò che è giusto e ciò che è necessario.
È senz’altro vero, per cominciare, che la Russia non sia un esempio per coloro che credono nei più autentici valori del pensiero liberale ma è altrettanto vero che gli stessi telegiornali italiani non sono un esempio di trasparenza se non spiegano come mai sia possibile intervistare i cittadini di Mosca senza timore alcuno di ritorsioni.
A scanso di equivoci, non è certo mia intenzione tentare di smentire chi ritiene che in effetti la Russia non sia un paese virtuoso in quanto a partecipazione democratica ma ribadire piuttosto l’urgenza di dover domandare a chi si occupa di informazione una maggiore puntualità.
Se in Corea del nord, dove di fatto vige una dittatura storicamente riconosciuta non è possibile nemmeno immaginare di intervistare un abitante di Pyongyang come mai a Mosca è al contrario possibile ascoltare qualcuno che critica la decisione del governo di limitare temporaneamente internet per ragioni di sicurezza in occasione delle celebrazioni per la Giornata della vittoria?
Come spero sia chiaro, ad ispirare le mie perplessità non è la volontà di capire in quali termini sia più o meno democratico il paese che ha per capitale Mosca, (paese di per sé poco incline alla democrazia dai tempi degli zar), quanto piuttosto un dubbio: qual è il nostro vero rapporto con la libertà?
In altre parole, a ripetere che la Russia sia poco democratica siamo tutti bravi ma siamo veramente sicuri che la nostra ostilità nei confronti della Russia dipenda in modo esclusivo dalla sua natura appunto poco democratica?
La Cina, sebbene sia spesso dimenticato, da anni sperimenta un sistema, il sistema di credito sociale, le cui caratteristiche non hanno destato in Occidente le stesse preoccupazioni che hanno destato le politiche di Vladimir Putin perciò mi chiedo: come mai nell’immaginario collettivo si guarda alla Russia come alla nostra perfetta nemesi ma si trascurano le caratteristiche più orwelliane della Repubblica popolare cinese? Esiste forse una non apertamente dichiarata volontà di ispirarsi a ciò che propone la Cina?
Qualche anno fa, il sindaco di Bologna Matteo Lepore propose infatti qualcosa di non molto diverso dal sistema appena descritto e nonostante il naufragio della sua proposta temo che si sia discusso ancora troppo poco di cosa abbia significato per davvero anche solo pensare di proporre qualcosa del genere.
Se quindi è vero che il sistema di credito sociale, in Cina, si innesta su una lunga tradizione di strumenti di controllo e di regolazione già esistenti che meritano un approfondimento che tenga conto del contesto in cui si sono sviluppati, vale la pena chiedersi di conseguenza quali possano essere i princìpi sui quali innestare in Occidente delle risposte utili ad affrontare le sfide del futuro.
Certo, la Cina è un paese la cui cultura non può che suscitare per molti aspetti ammirazione (come d’altronde la Russia) ma quali aspetti siamo in concreto chiamati ad ammirare noi che al contrario ci dichiariamo eredi di una cultura umanistica spesso e volentieri trascurata di fronte alle crescenti esigenze della tecnica?
Rispondere alla domanda appena proposta non è facile ma ricordare senza retorica che lo stato liberale e le Costituzioni che sovente celebriamo non sono accidenti della storia ma conquiste effettive da non trascurare sarebbe senza dubbio un fondamentale passo verso una più equilibrata visione delle cose.
Non diversamente, nel riconoscere di conseguenza quanto contradditoria sia talvolta la nostra posizione nei confronti di quei paesi che giudichiamo non democratici, dovremmo quindi interrogarci a proposito di quelle dinamiche che in Occidente vorrebbero rispondere a ciò che è altrove.
Il manifesto pubblicato di recente da “Palantir”, una società americana che si occupa di fornire piattaforme di analisi dati a eserciti, intelligence e forze di polizia in numerosi paesi, non dovrebbe ad esempio ispirare riflessioni ben più mature di quelle che siamo stati costretti ad osservare?
In conclusione, una maggiore lucidità da parte dei mezzi di informazione e delle personalità di spicco nel mondo della cultura dovrebbe suscitare riflessioni ben più attente nei confronti delle dichiarazioni di Alex Karp, il fondatore di Palantir, giacché costui, dal momento che sembra aver deciso di dire la verità al mondo ha in effetti dichiarato la necessità di prendere in considerazione l’obbligatorietà del servizio militare, la necessità di impegnare i migliori ingegneri del mondo per migliorare le armi degli Stati Uniti d’America e l’obbligo (quasi) morale dell’Occidente di ammettere senza troppi fronzoli la propria superiorità.
Se di conseguenza consideriamo che tutto ciò che facciamo oggi viene tracciato e che i dati che di fatto produciamo sono a disposizione non già di un ente pubblico ma proprio di società private come Palantir, (le quali pur essendo state autorizzate ad accedere proprio a questi dati dal momento in cui le autorità pubbliche hanno iniziato a delegare la sicurezza pubblica ai privati, continuano a perseguire com’è giusto che sia, degli obiettivi economici specifici), penso che dovremmo seriamente riconoscere che non dovrebbe essere Donald Trump il principale motivo all’origine di una considerazione matura sullo stato di salute della democrazia in Occidente quanto quelle realtà che a prescindere dal partito dell’inquilino della Casa bianca possiedono i dati che definiscono le vite private dei cittadini.
Se inoltre consideriamo che da quando è scoppiata la guerra in Iran il valore di borsa di Palantir è cresciuto del 370%, credo che interrogarsi su quali siano i reali valori che l’Occidente vuole in effetti dimostrare a coloro che pretende di osservare dall’alto verso il basso sia oltremodo non solo opportuno ma altresì fondamentale per capire quali valori stabiliranno definitivamente il nostro ruolo in un contesto futuro nel quale il capitalismo è stato ormai sostituito da qualcosa che ancora non riusciamo pienamente a capire.
Insomma, la crescente stanchezza che scoraggia l’impegno stesso che dovremmo dedicare anche alle relazioni è forse un sintomo di un affaticamento collettivo le cui conseguenze non ci consentono di prenderci cura delle nostre responsabilità come individui per cui, domandarsi se si possa essere orgogliosi di qualcosa senza perciò pretendere di essere superiori e ammettere la necessità di trovare un equilibrio che manca tra responsabilità individuale e sicurezza non dovrebbe forse essere considerato meno sovversivo di quanto ora si dichiara?
