Un tempo senza prospettive

Poche settimane prima dell’inizio dell’operazione “Epic Fury” in Iran, ho avuto occasione di approfondire alcune reazioni dei mercati finanziari in seguito all’introduzione di particolari novità nel settore dell’Intelligenza Artificiale.

In particolare, ho avuto occasione di osservare la ripetizione di uno schema a suo modo prevedibile ma non per questo non preoccupante, uno schema che ha visto ripetersi appunto un calo della fiducia da parte dei mercati nei confronti di specifici titoli non poco importanti in seguito all’introduzione di una novità nel settore dell’Intelligenza Artificiale.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che quanto appena descritto sia normale e che nel medio o nel lungo periodo il mercato non possa non premiare inevitabilmente la novità ma nelle dinamiche fin qui descritte si possono tuttavia osservare abbastanza rapidamente già ora delle anomalie.

Le aziende protagoniste di perdite in seguito all’introduzione delle novità fin qui descritte sono infatti aziende solide, aziende che hanno clienti, infrastrutture, dati proprietari e non da ultimi ricavi record le cui caratteristiche tutto potrebbero ispirare tranne che in effetti una perdita di fiducia da parte degli investitori.

Cosa è accaduto allora nelle principali piazze finanziarie prima che l’attenzione delle stesse fosse (quasi) interamente catturata da ciò che sta accadendo in Medio Oriente?

Una spiegazione interessante del fenomeno è stata fornita da Silvia Berzoni su Morning Finance, il videopodcast quotidiano di Chora che si occupa di seguire i mercati finanziari: i mercati hanno buttato giù interi gruppi di aziende perché non hanno idea di chi vincerà e di chi perderà in seguito allo sviluppo delle innovazioni in esame e, di conseguenza, nell’incertezza, vende tutto senza attenzione per la specificità.

Ma Silvia Benzoni non è la sola a ripetere quanto appena spiegato: Raffaele Coriglione e Guido Brera su Blackbox confermano appunto che l’atteggiamento del mercato è strano e sbagliato, perché punisce indiscriminatamente tutte le aziende di un settore senza tenere conto appunto della specificità di ciascuna.

La verità quindi è che una novità sviluppata grazie all’Intelligenza Artificiale non è di per sé capace di sostituire ex abrupto chi ha una piattaforma definita, migliaia se non milioni di clienti in carne e ossa.

Perciò, tenere conto del fatto che anche i mercati abbiano cominciato a essere indecisi è fondamentale per tentare di capire a che punto siamo, oggi.

In altre parole, tenere conto del fatto che appunto anche i mercati abbiano cominciato a essere indecisi potrebbe confermare un’opinione ormai diffusa a proposito del fatto ormai che non si abbia una precisa idea di dove stiamo andando.

Certo, nessuno (credo) può prevedere il futuro ma temo che sia abbastanza evidente che questa epoca storica sia decisamente molto più incerta di altre.

Le ragioni per le quali si sia in qualche modo perso un orientamento sono di difficile definizione ma senza ombra di dubbio temo che l’incapacità di rinunciare a determinati schemi contribuisca non poco al clima di confusione nel quale siamo più o meno tutti costretti ad annaspare.

Tentare quindi di spiegare sempre in virtù di una qualche forma di presa di posizione ideologica ciò che non può essere spiegato con l’ideologia è fuorviante; così come è fuorviante pretendere di semplificare ogni possibile analisi di ciò che è stato, ciò che è e non da ultimo ciò che potrebbe succedere.

In buona sostanza, così come non si può tentare di spiegare l’Intelligenza Artificiale in virtù di prese di posizione semplicistiche, non si possono spiegare né i conflitti in Medioriente o in Ucraina come una qualche forma di lotta manichea né tantomeno questioni di politica interna come appunto un’eterna (?) lotta tra fascisti e antifascisti.

Nel caso di specie, se consideriamo il recente referendum che ha avuto come oggetto la riforma della giustizia non possiamo non ignorare quanto il dibattito (e a monte la stessa compilazione della riforma) siano stati profondamente condizionati da aspetti ideologici.

È certamente vero e altresì condivisibile che esistano opinioni politiche diverse ma se consideriamo appunto le modalità con le quali si è sovente affrontato i temi che sono stati sottoposti a quesito referendario non possiamo non notare quanto in effetti si sia discusso degli stessi quasi sempre in termini politici e non tecnici.

Per meglio comprendere quindi il problema, credo valga la pena affrontare ciò che ha scritto Pierre Bourdieu a proposito dell’opinione pubblica.

Per Pierre Bourdieu, infatti, non è possibile avere un’opinione personale perché l’opinione non è né personale né razionale. Ne consegue perciò che le posizioni politiche “non si hanno” ma “si prendono” e, nel caso di specie, “si prendono” proprio in quei contesti dove già sono forti degli interessi politici specifici.

Nel libro L’opinione pubblica non esiste, Bourdieu ha dunque osservato con lucidità che l’espressione “prendere una posizione” deve essere intesa nel suo senso più forte poiché le opinioni che i cittadini sostengono sono profondamente condizionate dal fatto che si è disposti ad assumere una convinzione piuttosto che un’altra in funzione della posizione che si occupa in un determinato ambito e contesto.

In altre parole, la situazione in cui si formano le opinioni (in particolare, in tempo di crisi) è di questo tipo: le persone, di fronte ad opinioni già formate, opinioni sostenute da certi gruppi, scelgono non già le opinioni in quanto tali ma appunto i gruppi, (non a caso, sui social, i nuovi centri di aggregazione, si condividono infatti raramente delle opinioni  bensì degli evidenti riferimenti che certificano una qualche appartenenza utile a confermarsi o a delegittimare chi sceglie diversamente o non sceglie).

In questi contesti, non si sviluppano realmente però dei pensieri quanto piuttosto delle posizioni; posizioni che, come accade sempre più spesso, non trovano ragion d’essere nel merito delle questioni ma nell’alveo di questioni politiche volentieri diverse.

Come si definisce, allora, la libertà del cittadino se lo Stato impone il tema e la forma? Bourdieu ritiene che la vera libertà non sia tra “sì” e “no” ma che si esprima nel poter scegliere i termini del dibattito e che la scuola giochi un ruolo prioritario nel contribuire ad incoraggiare opinioni diverse.

Certo, nei contesti nei quali prende forma e si definisce un’opinione vi sono anche persone le cui convinzioni si basano su motivazioni serie ma queste rappresentano purtroppo una minoranza crescente per cui, vi è in conclusione ben poco di cui gioire, oggi, se consideriamo quanto le scuole siano ossessionate dalla burocrazia e dal rispetto pedissequo dei programmi e, non di meno, vi è ben poco di cui gioire se gli stessi spazi nei quali si dovrebbe valorizzare la creazione di un’opinione difforme da ciò che è stato “imposto” sono spesso poco valorizzati.

Se chi non ha gli elementi per decodificare il linguaggio specialistico della politica subisce una violenza simbolica nei contesti fin qui descritti e, di conseguenza, vota quindi a caso seguendo un leader o, peggio, si autoesclude lasciando che le classi dominanti scelgano per lui, credo dovrebbe essere opportuno domandarsi quale sia il vero stato di salute di una democrazia che nei fatti né incoraggia né tantomeno premia qualcosa che diverge effettivamente da quelle dicotomie finanche troppo funzionali alle logiche di una società al cui centro sono i dati che contano.

Non ripeterò in questa sede quanto sia triste ridurre le scelte degli individui ad un insieme di dati utili, appunto, per profilarlo ma senza dubbio confermerò anche qui la necessità più che opportuna di riscoprire in qualche modo delle strutture utili a ripensare un presente fin troppo noioso ormai.

Nel caso di specie, di fronte all’evidente caos nel quale in effetti proliferano con evidente pericolosità poteri ben più ambigui di quelli che conosciamo, sarebbe opportuno che prima o poi si ricominciasse a discutere del proprio ruolo nella storia e, possibilmente, non in un contesto di classe o nel contesto di specifiche lotte orizzontali ma in un contesto collettivo contro poteri pervasivi e di fatto opachi.

In definitiva, allo sbandare di un tempo che ha perduto come già evidenziato delle prospettive penso che possa esserci spazio, da qualche parte, per quella che altrove ho già definito (forse non ancora abbastanza), un’alternativa inevitabile: una riscoperta da parte delle nuove generazioni del proprio ruolo e delle proprie competenze e una conseguente lotta, non già di classe, ma generazionale, contro quella “aristocrazia” che ha condizionato la politica, l’economia, i mezzi di informazione, le università, le scuole e non da ultimo le aziende al punto da convincerci che non potesse esistere niente di diverso dall’omologazione.