Come Olivetti inventò l’impresa internazionale moderna

L’opera e il pensiero di Adriano Olivetti (e del figlio Roberto) costituiscono un patrimonio fondamentale, ancora oggi fonte di ispirazione.

Olivetti è stata un’azienda innovativa fortemente attenta all’unione di princìpi scientifici e umanistici, un’unione esclusivamente proiettata verso il futuro.

Ma che cosa produceva esattamente l’azienda di Adriano Olivetti?

Le produzioni dell’azienda era prevalentemente dedicata alle macchine da scrivere e da calcolo, ai calcolatori elettronici, alla meccatronica (Olivetti Controllo Numerico) e persino ai mobili per ufficio.

Nonostante il successo internazionale rimane il profondo rammarico, indiscutibile, per aver perso delle fondamentale occasioni: insipienze e persino boicottaggi da parte della politica e dell’establishment nazionale, (e non solo), hanno impedito all’azienda di conseguire successi in settori d’avanguardia e di continuare a investire con crescente fiducia nell’innovazione (si pensi all’occasione perduta con il primo calcolatore elettronico da tavolo nel mondo, la “P101” di Piergiorgio Perotto).

Il modello Olivetti nasce dalla lungimiranza e dal coraggio dell’ingenere Adriano e dalla sua conseguente scelta di investire nei talenti e nei giovani laureati .

Le attività di formazione consentivano ai dipendenti più meritevoli di progredire nella carriera interna.

Non dimentichiamo che Olivetti, insieme ad ENI, è stata la più grande scuola di management in Italia.

Il sapere scientifico e tecnologico, nella visione di Adriano Olivetti, richiedeva il sostegno di altre discipline: esse avrebbero migliorato la funzionalità e l’estetica dei prodotti e dei luoghi di lavoro, nonché le condizioni di vita dei lavoratori.

Design, architettura, grafica, logistica, sociologia, medicina del lavoro, cultura in senso esteso: un complesso olistico di idee concrete destinate ad una soluzione unica e magnifica.

La Olivetti è stata una multinazionale a tutti gli effetti : un’azienda con una visione “local→global”, cioè radicata nel territorio e nella comunità  canavesana, sin dagli anni ’30.

La Olivetti ha costruito stabilimenti e centri di ricerca in Italia e all’estero: Argentina, Brasile, Spagna, Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, Giappone, Messico, Singapore, Cina.

Le produzioni venivano esportate in tutti i continenti, dove l’azienda era presente con proprie filiali ed una autonoma rete di distribuzione.

Oltre ad un’attenzione maniacale per il marchio, la comunicazione e la reputazione, Olivetti investiva molto in informazione e cultura: l’informazione come strumento di penetrazione nei mercati e la cultura come strumento di formazione.

La Olivetti  è stata un’azienda simbolo nella difesa dei diritti dei lavoratori (e dei loro figli) a cui venivano offerti ambienti di lavoro, salari, servizi sociali, asili nido, colonie e borse di studio, servizi sanitari e , biblioteche

La Olivetti aveva avviato inoltre diversi progetti di partecipazione attiva dei lavoratori alla gestione aziendale.

Ad Ivrea non erano consentite discriminazioni sulla base delle idee politiche (alcuni tra i maggiori collaboratori di Adriano Olivetti erano comunisti –Fortini e Volponi i casi più noti).

Oggi?

Nel febbraio 1999, l’Olivetti cede a Mannesmann le partecipazioni in Omnitel e Infostrada, acquisisce il controllo, tramite Tecnost, di Telecom Italia – lo strumento è una OPAS in gran parte a debito.

Da quel momento l’azienda inizia il suo inarrestabile declino.

Tralasciamo i dettagli sulle vicende successive e arriviamo al 4 agosto 2004, quando, a seguito della fusione con Telecom Italia, il nome Olivetti scompare dalla borsa.

La relazione tra Telecom Italia e Olivetti non ha dato i frutti che, forse, qualcuno auspicava.

Il sito di Olivetti S.p.A., oggi controllata da Telecom Italia, informa che l’azienda offre “soluzioni in grado di automatizzare processi e attività aziendali per le PMI, le grandi aziende e i mercati verticali” e impiega 450 dipendenti; il fatturato del 2016 è stato di 264 milioni di euro.

I timidi segnali di ripresa nell’ultimo biennio dimostrano che nel Dna della società è rimasta una forte tensione verso l’innovazione.

In Italia il dibattito sull’Europa spesso evade il tema del contributo concreto il nostro Paese intende offrire per fronteggiare la competizione mondiale.

L’Italia ha necessità di rilanciare politiche industriali selettive, in grado di promuovere l’innovazione nelle nuove tecnologie e l’integrazione fra i saperi, per riportare l’Italia nel posto che gli compete nella comunità  internazionale.

La Olivetti – che ha subito per decenni ostracismi di ogni genere – rimane il modello di impresa moderno più ammirato e citato, oggetto ogni anno di numerose monografie.

Un progetto per il rilancio di Olivetti potrebbe costituire un segnale di forte discontinuità, da parte di una nuova classe dirigente (imprenditoriale e politica), rispetto alla scarsa attenzione prestata dagli ultimi governi alla promozione del nostro patrimonio industriale e tecnologico.

L’Unesco nella prossima sessione di giugno-luglio deciderà se dichiarare “Ivrea, Città industriale del XX Secolo” patrimonio dell’umanità.

Nel frattempo resta la storia, l’esempio ma anche il rimpianto per non aver avuto una classe politica e anche imprenditoriale a volte realmente capace di avere l’ambizione di farsi sentire oltre i nostri confini dove aveva senso investire e lavorare attivamente.